Ordine e struttura

La Struttura

Per parlare correttamente del concetto di ordine devo innanzi tutto introdurre la nozione di struttura così come si presenta in semiologia; prendendo lo spunto dalla linguistica il concetto può, o meglio deve, essere esteso alla possibile applicazione al mondo visuale e precisamente alla produzione del Marchio.

Jan Mukàrovsky nel suo saggio intitolato Lo strutturalismo del 1946 afferma che "facendo uso del termine "strutturalismo" non dimentichiamo che esistono movimenti analoghi (anche se non sempre identici) anche in altre scienze. Il legame più stretto è quello con la linguistica, come è concepita nel Circolo linguistico di Praga: coi suoi studi di fonologia linguistica ha aperto alla teoria della letteratura la via all’analisi dell’aspetto fonico dell’opera d’arte letteraria, con quello delle funzioni linguistiche ha fornito nuove possibilità allo studio della stilistica della lingua poetica ed infine ponendo l’accento sulla natura semiotica della lingua ha reso possibile la comprensione dell’opera d’arte come segno" operazioni che possono, nei limiti della natura di questi segni, compiersi anche su materiale grafico.

Sempre Mukàrovsky definisce la struttura come un "tutto" le cui parti acquistano, per il fatto stesso di entrarvi, un carattere speciale: questo carattere non essendo altro che l’aspetto distintivo che permette sia la differenza che la relazione tra le singole parti. Per ciò è detto che il tutto (inteso come il globale, sfera della comprensione delle parti intese secondo la loro relazione) concepito come "insieme unitario" rappresenta un grado superiore della semplice somma delle parti di cui si compone. "La proprietà specifica della struttura nell’arte - scrive lo stesso autore - è data dai rapporti reciproci tra le sue componenti, rapporti dinamici per loro stessa natura" (Mukàrovsky, op. cit.), ponendo con questo in risalto l’aspetto "sintattico" della struttura stessa, aspetto che vedremo meglio sviluppato in seguito.

"Per linguistica strutturale - scrive Hjelmslev - si intende un insieme di ricerche basate su un’ipotesi secondo cui è scientificamente legittimo descrivere il linguaggio essenzialmente come un’entità autonoma di dipendenze interne o, in una parola, una struttura... L’analisi di questa entità permette di enucleare costantemente delle parti che si condizionano reciprocamente, ciascuna delle quali dipende da certe altre e non sarebbe concepibile nè definibile senza di queste. L’ipotesi riduce il suo oggetto ad una rete di dipendenze, e vede i fatti linguistici uno in relazione all’altro".

Anche Saussurre, pur non parlando di struttura ma di sistema, afferma che è errato "cominciare con i termini e costruire il sistema facendone la somma, mentre al contrario, è dalla totalità solidale che occorre partire per ottenere, mercé l’analisi, gli elementi che contiene", così per Benveniste la "lingua" è sistema che possiede una "struttura", individuata dai rapporti reciproci che intercorrono tra i suoi elementi.

A.J. Greimas e J. Cortés nel loro Semiotica, dizionario ragionato della teoria del linguaggio riprendono a grandi linee la formulazione che ha fornito Hjelmslev, considerando la struttura come un’entità autonoma di relazioni interne, disposte in gerarchie - concetto estremamente importante per la nostra analisi dato che la "gerarchia" decide l’ordine e la sequenza di "lettura" (del testo letterario o visivo) -. Per chiarire meglio la definizione, i nostri autori riprendono uno per uno tutti gli elementi che la compongono:

1. Una simile concezione implica la priorità accordate alle relazioni a spese degli elementi: una struttura è innanzitutto una rete relazionale le cui intersezioni costituiscono i termini.

2. La rete relazionale che costituisce la struttura è una gerarchia scomponibile in parti che, pur essendo legate tra loro, intrattengono relazioni con il tutto che costituiscono.

3. La struttura è un’entità autonoma; ciò significa che, pur intrattenendo relazioni di dipendenza e di interdipendenza con l’insieme più vasto di cui fa parte, essa è dotata di un’organizzazione interna che le è propria.

4. La struttura è un’entità, cioè una grandezza il cui statuto ontologico non ha bisogno di essere interrogato e deve, al contrario, essere messo tra parentesi al fine di rendere operativo il concetto.

Così, la questione di sapere se le strutture sono immanenti all’oggetto esaminato o se si tratta di costruzioni risultanti dall’attività cognitiva del soggetto conoscente, per quanto fondamentale dal punto di vista filosofico, è da escludere dalle preoccupazioni propriamente semiotiche.

Una tale concezione di struttura costituisce uno sfondo per la teoria semiotica, un "atteggiamento" scientifico a partire dal quale si delineano le procedure del ricercatore. Considerata in sé, la struttura non è una proprietà specifica della semiotica, né dell’insieme delle scienze umane. Con qualche ritocco, si potrebbe dire che essa è implicata in ogni progetto ed in ogni tentativo che abbia mire scientifiche. E’ soprattutto la difficoltà che provano le scienze dell’uomo a passare dallo stadio di opinioni a quello di discipline che ha condotto la linguistica, ad un momento critico della sua maturazione, ad esplicitare i principi su cui si fonda il suo fare.

Aggiungiamo poi che una simile definizione della struttura non è direttamente operativa: di tipo troppo generale, si applica ad ogni insieme che si suppone organizzato o che si ha l’intenzione di organizzare. Definita come una rete relazionale, la struttura rinvia al concetto di relazione e presuppone, per essere efficace in semiotica, una tipologia delle relazioni".

Avendo già fatto riferimento al concetto di relazione riteniamo utile specificare meglio questa nozione: la relazione può essere concepita come quell’attività cognitiva che stabilisce sia l’identità che l’alterità di due o più grandezze, oppure il risultato di tale atto. Lo stesso Dizionario riferisce come "i due assi fondamentali del linguaggio - l’asse paradigmatico e l’asse sintagmatico - sono definiti dal tipo di relazione che li caratterizza: la relazione "o...o" (chiamata opposizione o correlazione da L. Hjelmslev, o selezione da R. Jakobson) per il paradigmatico; e la relazione "e...e" (detta combinazione, o relazione in senso stretto da Hjelmslev, o contrasto da A. Martinet) per il sintagmatico".

La nozione di relazione è così radicata nella formazione di certe scuole linguistiche da far dire a Jakobson (tra i più importanti studiosi di linguistica del nostro secolo): "Je ne crois pas aux choses, maix aux relations entres les choses" citando una celebre frase di Braque ritenuto con Picasso, Joyce, Stravinskij e Le Corbusier tra i suoi maestri.

Tornando alla nozione di struttura è importante far notare che ciò che è effettivamente duraturo e per così dire fisso nel corso del tempo e se vogliamo nella differenza "geografica" è l’identità della struttura mentre la sua combinazione interna, cioè l’insieme dei segni che tra loro si relazionano per dar luogo alla forma esteriore della struttura stessa, può mutare indefinitivamente senza che con questo possa intaccare l’ordine della struttura che così definita viene ad assumere un valore primario ed anteriore alla composizione.

Mukàrovsky afferma che "struttura è prima di tutto ogni singola opera d’arte. Se però la singola opera d’arte deve essere intesa come struttura, deve essere percepita - e anzi già creata - sullo sfondo di determinate convenzioni (formule) artistiche date dalla tradizione artistica residente nella coscienza dell’artista e del soggetto percettore (fruitore)": si introduce con questo ultimo concetto la nozione fondamentale di "codice" che verrà presa in considerazione in seguito. L’accordo con le convenzioni artistiche "storiche" impedisce che l’opera diventi incomprensibile al soggetto ricevente in quanto le conquiste del passato storico diventano attivamente delle acquisizioni mentre passivamente diventano solamente delle partecipazioni prevalentemente ambigue ma tuttavia assimilate. L’opposizione con le stesse convenzioni può invece, provocando conflitti con le suddette "tradizioni", rendere percepibili i rapporti intrinseci e l’equilibrio delle singole componenti.

Un’opera d’arte, un'opera grafica, un Marchio o un’Immagine Coordinata, per loro natura sono "unità complesse" in quanto rappresentano l’insieme unitario di una molteplicità di segni che "per mezzo" delle loro relazioni le compongono; ciascun segno preso in sé è portatore di un significato proprio, pur tuttavia parziale nella prospettiva di una comprensione di un senso globale e complessivo della loro "unità".

Solamente il significato complessivo testimonia il rapporto dell’opera e dell’autore con la realtà rappresentata e assume così la funzione di veicolo e di rapporto con il soggetto fruitore stabilendo tra i due una relazione sentimentale (sarebbe meglio dire psichica) o razionale.

La produzione dell’opera è l’aspetto forse più importante della questione posta: Mukàrovsky a riguardo precisa che "...in alcuni periodi l’opera d’arte tende ad avere un senso aperto - senza discapito per la sua efficacia artistica - in questi casi infatti l’"apertura" del senso fa parte dell’intenzione dell’artista. E’ caratteristica per l’opera d’arte come segno anche la facoltà di avere più di un senso allo stesso tempo...Questa molteplicità di sensi a volte è sottolineata, altre volte è solamente accennata e si muta in energia semantica nascosta. Tuttavia è sempre presente".

Nell’introduzione alla seconda edizione del saggio Opera aperta Umberto Eco spiega la relazione tra questo tipo di opera e la nozione di "struttura": "E’ stato possibile avanzare l’ipotesi di un modello costante perché ci è parso di rilevare che il rapporto produzione-opera-fruizione in casi diversi presentasse una struttura similare. Vale forse la pena di chiarire meglio il senso che vogliamo dare ad una nozione come "struttura di un’opera aperta", dato che il termine "struttura" si presta a numerosi equivoci e viene usato (anche in questo libro) in accezioni non completamente univoche. Noi parleremo dell’opera come di una "forma": e cioè come di un tutto organico che nasce dalla fusione di diversi livelli di esperienza precedente (idee, emozioni, disposizioni ad operare, materie, moduli d’organizzazione, temi, argomenti, stilemi prefissati e atti d’invenzione). Una forma è un’opera riuscita, il punto di arrivo di una produzione e il punto di partenza di una consumazione che - articolandosi - torna a dar vita sempre e di nuovo, da prospettive diverse, alla forma iniziale.

Useremo però talora, come sinonimo di forma, anche il termine "struttura": ma una struttura è una forma non in quanto oggetto concreto bensì in quanto sistema di relazioni, relazioni tra i suoi diversi livelli (semantico, sintattico, fisico, emotivo; livello dei temi e livello dei contenuti ideologici; livello delle relazioni strutturali e della risposta strutturata del ricettore; eccetera). Si parlerà così di struttura anziché di forma quando si vorrà mettere in luce, dell’oggetto, non la sua consistenza fisica individuale, bensì la sua analizzabilità, il suo poter essere scomposto in relazioni, in modo da poter isolare tra queste il tipo di rapporto fruitivo esemplificato nel modello astratto di un’opera aperta.

Ma si riduce una forma ad un sistema di relazioni proprio per mettere in luce la generalità e la trasponibilità di questo sistema di relazioni proprio cioè per mostrare nell’oggetto singolo la presenza di una "struttura", che lo accomuna ad altri oggetti. Si ha come un progressivo disossamento dell’oggetto, prima di ridurlo ad uno scheletro strutturale, quindi per scegliere, in questo scheletro, quelle relazioni che sono comuni ad altri scheletri. In quest’ultima analisi quindi la "struttura" vera e propria di un’opera è ciò che essa ha in comune con altre opere, ciò in definitiva che viene messo in luce da un "modello". Così la "struttura di un’opera aperta" non sarà la struttura singola delle varie opere, ma il modello generale che descrive non solo un gruppo di opere ma di un gruppo di opere in quanto poste in una determinata relazione fruitiva coi loro ricettori".

Più sinteticamente, nel saggio La struttura assente, sempre Eco afferma che "una struttura è un modello costruito secondo certe operazioni semplificatrici che mi permettono di uniformare fenomeni diversi da un solo punto di vista... la struttura così individuata non esiste in sé, perché è un prodotto di mie operazioni orientate in una certa direzione. La struttura è un modo, che elaboro, per poter nominare in modo omogeneo cose diverse".

Continuando nella sua esposizione, Eco si chiede se non esista una struttura di quella struttura già individuata, quindi se non esista un codice di quel codice che permetta di espandere l’area di indagine ad un insieme più vasto di fenomeni.

Lo "Strutturalismo" ambisce a ritrovare il Codice dei codici, il cosiddetto Ur-Codice, che, come scrive Eco "permetta di ritrovare ritmi e cadenze analoghe (le stesse operazioni e relazioni elementari) all’interno di ogni comportamento umano, di quelli culturali e di quelli biologici. Questo Ur-Codice consisterebbe nel meccanismo stesso della mente umana reso omologo al meccanismo che presiede ai processi organici. E in fondo, la riduzione di tutti i comportamenti umani e di tutti gli avvenimenti organici a comunicazione, e la riduzione di ogni processo di comunicazione a scelta binaria, ad altro non mira che a ricondurre ogni fatto culturale e biologico allo stesso meccanismo generativo".

Può apparire abbastanza evidente da questa esasperazione, un limite ed un pericolo di "sommaria" generalizzazione nella distinzione delle possibili diverse variabili analitiche, o meglio, dei distinguo possibili a seconda dei contesti presi in esame (senza con questo nulla togliere a tutto ciò che è stato detto riguardo alla struttura nei termini e nelle definizioni generalissime riportate precedentemente). Ma l’ordine può essere argomentato secondo due punti di vista differenti: ordine secondo il "modello" o secondo la "relazione".

Ogni modello - nel suo darsi come segno sintattico/semantico - agisce in quanto archetipo e come principio che determina la nascita dei suoi ricalchi: il modello stabilisce l’idea a cui si riferisce l’opera nel suo formarsi sempre diversa ma pur tuttavia "simile" nel suo porsi dipendente all’idea che la forma.

La relazione, dal canto suo, riferisce ciò che di quell’ordine appare come riferimento sintattico/strutturale tra gli elementi, relazione spaziale/temporale e gerarchico: tra due segni può "darsi" o può "non-darsi" una determinata azione di dipendenza reciproca.

L’ordine A-B presuppone che si possa riconoscere - dato che si presuppone un codice comune di emissione e di ricezione - un segno A come posto in un certo rapporto x con il segno B, e che sia evidente l’impossibilità (o difficoltà) di interpretazione della relazione come y invertendola in B-A.

Ordine e Architettura

In architettura gli "ordini" architettonici costituiscono un vero e proprio modello ed un insieme di principi compositivi, norme e regole a cui rifarsi nel momento in cui si voglia "riprodurre" lo stile stesso. Ogni "ordine" si presenta come una griglia, una struttura di segni stabiliti e codificati - certamente modificabili nelle loro più esteriori composizioni ma solo nella misura in cui possa mantenersi la struttura archetipale -.

E’ noto come proprio in questa nozione di ordine architettonico la forma - identica al nostro modello - e la proporzione - come la nostra relazione - si articolino essenzialmente (quindi non solo come giustapposizione ma come intima dipendenza e compartecipazione alla medesima struttura) al fine di poter riconoscere, per regolarità degli elementi, la classificazione, la taxon, secondo una categoria ben definita e non ambigua.

Ordine e Regolarità

La regolarità - la regola, la legge, il ritmo ecc. - propria all’ordine viene e può essere osservata esclusivamente per l’esperienza del soggetto osservatore: questo, essendo "conoscente", può solamente "ri-conoscere" ciò che la sua esperienza l’ha portato ad apprendere precedentemente. K.R. Popper, nel suo testo Conoscenza oggettiva afferma "prima negli animali e nei bambini, ma più tardi anche negli adulti, ebbi a osservare la potenza immensa del bisogno di regolarità: quel bisogno in forza del quale essi ricercano le regolarità" con l’intenzione verosimile di definire questa tendenza come facoltà capace di ricondurre la realtà da noi osservata o sperimentata come formata da insiemi di contenuti omogenei e comprendenti elementi "uniformabili".

L’ordine riconduce ciò che ascolto, vedo e leggo alla categoria più semplice che mi permette di associare e classificare più cose tra loro.

La tendenza naturale dell’uomo lo spinge a ri-condurre ogni "segno" alla forma più semplice, o comunque, e proprio grazie a questo, alla forma conosciuta più disponibile alla relazione tra le due componenti. Questa facilità di relazionabilità tra, segno e suo riferimento, tende naturalmente ad annullare, per quanto possibile, le differenze al fine di formare "gruppi" più o meno omogenei e ampi di segni omogenei.

Ciò che ad un osservatore appare come estremamente "ordinato" può, agli occhi di un altro osservatore, come "non-ordinata" in quanto non conosce la "regola" che determina l’associazione degli elementi.

A titolo esemplificativo, io posso, osservando una rappresentazione pittorica medievale, comprenderne l’ordine e le funzione che hanno i personaggi (in quanto conosco le Sacre Scritture) in funzione dei loro attributi (perché conosco la relazione simbolica a cui questi attributi si riferiscono) e posso attribuirlo ad una determinata scuola artistica (dato che ne ho studiato gli stili).

Non altrettanto bene posso comprendere (non conoscendone l’ordine) la figuratività di un tempio indù; mi sembra un aggregato caotico di figure in quanto non conosco la mitologia e la teologia di quella tradizione: posso solamente (osservandone la struttura architettonica) ricondurre le forme strutturali a dei modelli geometrici e grafici che anch’io uso e conosco.

Qualsiasi segno fissato, ad esempio come immagine, "visto" e fino ad allora "sconosciuto" (ma da ora "com-preso") non si pone come ordinato per la comprensione originaria, non possiede una relazione con un riferimento conosciuto: è un elemento isolato e quindi non può essere messo in relazione ad alcunché.

Una volta conosciuto, il "segno" in questione viene archetipato, viene fissato come elemento "struttura" con un suo senso ed una sua facoltà di relazionarsi anche se ancora allo stato potenziale. Solo la sua successiva "osservazione" può riconoscersi in un forma successiva, proprio in quanto ormai ridotto ad archetipo, modello e segno relazionabile.

Ernst H. Gombrich nel suo libro Il senso dell’ordine ci aiuta a comprendere questa funzione scrivendo che "esattamente come la limatura di ferro sparsa a caso in un campo magnetico si ordina secondo uno schema, così gli impulsi nervosi che raggiungono la corteccia visiva sono soggetti a forze di attrazione e repulsione" definendosi così in gruppi di relazioni tra segni simili e omogenei; "senza un qualche sistema iniziale - scrive sempre Gombrich in Arte e illusione sulle tracce di Popper - senza una prima ipotesi cui possiamo riferirci finché non venga falsificata, non potremmo invero trarre alcun "senso" dai miliardi di stimoli ambigui che ci raggiungono dall’ambiente".

La regolarità è segno certamente di intenzionalità, e quest’ultima, essendo nella sua forma assoluta origine dell’opera, deve essere strutturabile quindi ordinabile secondo una linearità sintattica ed un riferimento semantico proprio all’esecutore dell’opera stessa ed alla sua cultura. L’adeguamento alla stessa cultura presuppone il riconoscimento da parte di colui che, non essendone il produttore ma soltanto l’osservatore, vi può partecipare esclusivamente in quanto conosce la realtà osservata assimilabile agli stessi gruppi per schematizzazione e semplificazione.

 

Mimesis 2011