Individuazione e Singolarizzazione

Funzione essenziale del Marchio è quella propria al principio di individuazione da cui deriva la relativa "singolarizzazione". Secondo questo principio il Marchio deve (una volta stabilita la sostanza comune da cui deriva e cioè precisamente il sistema di rappresentazione visiva attraverso elementi grafici) comporsi de-finedosi tra l’insieme dei "possibili".

La funzione di rappresentatività del Marchio deve presupporre di potersi distinguere e rendersi "unico" tra tutte quelle possibilità di rappresentare lo stesso elemento. La decisione di proporre il Marchio in questione "così" solamente, limita sé stesso ad essere l’unico ed in quanto tale "singolarizzarsi", cioè proporsi come originale e distinto da ogni altro. Ancor più, rappresentare tutti, o il maggior numero possibili, di caratteri che lo rendono "originale", cioè "primo" e "ultimo" della serie dei possibili rappresentanti del Referente. Permette di individuarlo, cioè di caricarlo di tutte quelle caratteristiche che, in quanto gli sono proprie, si devono rivolgere e riversarsi nel disegno del Marchio. Più questi caratteri (siano di tipo denotativo o connotativo) si "ri-conoscono" all’interno del Marchio, più la qualità di identificazione si attualizza e si manifesta in quanto "singolo": questo dato si può effettivamente realizzare proprio perché anche lo stesso Referente, se ben analizzato, è un "fatto" unico, singolo nella sua definizione.

L’originalità a cui faccio riferimento - effettualità dello sforzo progettuale che tenta di proporre un Marchio che si presenti al massimo di distinzione tramite caratterizzazioni analoghe al proprio Referente - si costituisce nel momento in cui propongo il suo essere "distinto", propongo "tratti di differenziazione" rispetto a tutti gli altri elementi che concorrono alla stessa natura (vale a dire ai marchi "possibili" rappresentanti lo stesso Referente di natura meno individualizzante oppure ai marchi propri a Referenti diversi).

In-dividuo, in-dividuus, non-diviso, il Marchio è una unità, un tutto indivisibile, elemento globale, microcosmo analogo al macrocosmo del Referente.

Miniatura, completa e particolareggiata, di un paesaggio reale che il Referente stesso mostra dietro a questa raffigurazione.

La singolarizzazione a cui ho fatto riferimento è, almeno in un certo senso, operata attraverso un’opera "originale".

L’originale opera uno "scarto dalla norma", dove lo scarto presuppone appunto l’azione di discostarsi da ciò che nomino come "norma" ovvero ciò che già esiste ed appare in una qualche maniera ed in una qualche immagine.

Questa "originalità", è l’essere il "primo caso" proposto in un determinato contesto.

L’originale, il meccanismo dell’invenzione, "si configura, insomma - come dice Calabrese - come vera e propria istituzione di codice, cioè come un modo di produzione segnica in cui qualcosa è trasformato da qualcosa d’altro che non è stato ancora definito". Eco, nel suo Trattato di semiotica generale, ci chiarisce che "per avere invenzione sono necessari due tipi di procedimento, di cui uno sarà definito moderato e l’altro radicale; si ha invenzione moderata quando si proietta direttamente da una rappresentazione percettiva in un continuum espressivo, realizzando una forma dell’espressione che detta le regole di produzione dell’unità di contenuto equivalente. È questo il caso, per esempio, del quadro di Raffaello e in genere delle immagini di tipo "classico", ed è il caso della prima riproduzione o riconoscimento di una impronta. (...) Quello che era bruto continuum organizzato percettivamente dal pittore, a poco a poco si fa organizzazione culturale del mondo. Una funzione segnica emerge dal lavoro esplorativo e tentativo di istituzione di codice e nello stabilirsi genera abitudini, sistemi di aspettative, manierismi. Alcune unità espressive visive si fissano in modo da diventare disponibili per successive combinazioni. Appaiono delle stilizzazioni.

Il quadro arriva ad offrire così unità manipolabili che possono essere usate in un successivo lavoro di produzione segnica. La spirale semiosica, arricchita da nuove funzioni segniche e nuovi interpretanti, è pronta a procedere all’infinito.

Il caso delle invenzioni radicali è invece alquanto diverso, poiché qui il mittente praticamente "scavalca" il modello percettivo e "scava" direttamente nel continuum informe, configurando il percetto nello stesso momento in cui lo trasforma in espressione.

In questo caso la trasformazione, l’espressione realizzata, appare come un artificio "stenografico" attraverso cui il mittente fissa i risultati del suo lavoro percettivo. Ed è soltanto dopo aver realizzato l’espressione fisica che anche la percezione assume una forma e dal modello percettivo si può passare alla rappresentazione sememica.

Tale è per esempio il principio secondo cui si sono avute tutte le grandi innovazioni della storia della pittura. Si veda il caso degli impressionisti, i cui destinatari assolutamente rifiutavano di "riconoscere" i soggetti rappresentati e affermavano di "non capire" il quadro, o che il quadro "non significava nulla". Rifiuto dovuto non solo alla mancanza di un modello semantico preesistente (...) ma anche alla mancanza di modelli percettivi adeguati, poiché nessuno aveva ancora percepito in quel modo e dunque nessuno aveva ancora percepito quelle cose.

In questo caso si ha violenta istituzione di codice, radicale proposta di nuova convenzione. La funzione segnica non esiste ancora, né si può imporla (...). Quanto abbiamo detto sinora ci induce a credere che non vi siano mai casi di invenzione radicale pura, e probabilmente nemmeno di pura invenzione moderata, dato che (...) affinché la convenzione possa nascere, è necessario che l’invenzione del non ancora detto venga fasciata di già detto. (...)

Il che equivale a dire che ogni nuova proposta culturale si disegna sempre sullo sfondo di cultura già organizzata.".

 

Mimesis 2011