Prossemica e Cinesica

Il gesto e la posizione del corpo possono costituire un vero e proprio Marchio. In che senso? Il linguaggio del corpo, il suo movimento, il gesto ed il suo porsi nello spazio e nell’ambiente che lo ospita proprio in quanto segni espressivi comportano un riflesso esteriore di una condizione interiore o la manifestazione di uno stato astratto, di un’idea. Può comportare una sottile codificazione tale da potersi utilizzare, dal punto di vista della comunicazione, come vero e proprio Marchio. La cultura tradizionale ha conosciuto questo genere di segno proprio in quanto rappresentava, almeno in ultima analisi ed in quanto comportava un’assimilazione di codice comune, un segno testimoniante l’appartenenza di un individuo ad un certo gruppo.

Burckhardt nel suo L’arte sacra in Oriente e in Occidente, scrive che "il ritratto tradizionale del Buddha Sakyamuni si fonda, da una parte, su un canone di proporzioni e, dall’altra, sulla descrizione dei segni distintivi di un corpo di Buddha, così come risulta dalle scritture" (fig. pag 148). Questo schema, queste proporzioni fisse e ripetibili, ricalcano in maniera esatta la condizione di ripetitività propria del Marchio. "I gesti delle mani risentono della scienza mudrâ, che il buddismo ereditò dall’induismo. In via generale, il simbolismo dei gesti risulta dal fatto che la destra corrisponde al polo attivo dell’universo o dell’anima, mentre la sinistra rappresenta il polo passivo e ricettivo...".

Nell’iconografia indù e buddista - solo per portare un esempio tra gli altri - ogni posizione ed ogni gesto delle raffigurazioni della divinità e del Buddha sono codificate in maniera precisa.

Le tre posizioni erette (samabhanga, abhanga e tribangha), nella struttura testa, busto e gambe, formano una linea spezzata con la testa che si differenzia per l’inclinazione della testa e per le proporzioni dell’insieme: se una gamba è piegata con il piede accostato all’altra gamba si chiama atibhanga,  ma quando la figura si presenta seduta può presentare i due piedi sulle due cosce (padmâsana) oppure con il piede destro sotto la coscia sinistra (vîrâsana); non continuo l’elenco per altro molto lungo (cfr. per una esemplificazione sul tema il testo di A. K. Coomaraswamy Pour comprendere l’art hindou) per non appesantire l’argomentazione, ma con questo ho voluto riferire esclusivamente la possibilità di rintracciare nella codificazione prossemica e cinesica della raffigurazione iconografica tradizionale indù, una analogia con il Marchio significante, con quel segno che riferisce attraverso un linguaggio non-verbale, un senso appartenente ad un altro ordine. Così ognuna di queste posizione riferisce di un contenuto spirituale determinato in modo da poter riconoscere per tale il significato dell’icona che la rappresenta.

Analogamente il gesto, la scienza dei mudrâ, delle posizioni delle mani, è un sistema di riconoscimento del contenuto spirituale che si vuole rappresentare con quella raffigurazione. Queste posizioni, chiamate appunto mudrâ, sigilli sono codificate e trattate in testi specifici: così, ad esempio, lo yoga mudrâ  è il sigillo della meditazione con le mani poste una dentro l’altra nella posizione di padmâsana.

Anche l’Occidente, ovviamente, ha conosciuto l’arte del gesto, la cinesica, come atto significante. Molti etnologi e filosofi sono unanimi nel sostenere l’anteriorità del linguaggio gestuale rispetto a quello verbale.

Il gesto di "battere le mani" è comunemente riconosciuto da più civiltà come gesto di aggregazione. "Stringere la mano" è segno di comunanza o di amicizia; mostrare la mano tesa e aperta significa mostrarla priva di armi quindi inoffensiva: alcune varianti di questo segno le troviamo, ad esempio nella "chiusura dei pollici" della controcultura degli anni ‘60 americani; logge massoniche e clubs esclusivi hanno "stette di mano" segrete per riconoscersi reciprocamente; la gioventù nera ha sostituito la "stretta" con la "battuta reciproca del palmo".

Ogni gesto conosciuto e codificato da parte di un emittente ed un destinatario contestualizzano l’immagine e la figura all’interno del quale viene rappresentato.

L’"abbraccio" come segno di fratellanza e di affetto. Il "bacio" o il suo sostituto "bacio sulle punta delle dita" sono il Marchio ed il sigillo di un legame o amore esistente presunto o desiderato. L’"inchino" come segno di riverenza e genericamente di sottomissione. Le "dita incrociate" come segno di protezione da influenze negative o come portafortuna. Il "pollice sul naso" in segno di scherno. Il segno della "mano a borsa" che indica interrogazione se movimentato oppure moltitudine se rimane con la mano ferma. L’"indice a vite sulla guancia", segno tipicamente italiano, come indicazione di bellezza o di bontà. Il gesto di "abbassare la palpebra con il dito" come segno di attenzione. Lo "scatto dell’avambraccio" come segno di insulto sessuale. La "mano mozza" che indica o invita l’allontanamento. Il gesto ad "anello" il famoso OK nel mondo occidentale conosciuto come raffigurazione di buona riuscita ma anche come indicazione del valore nullo, dello "zero": analogamente il "pollice alzato" indica lo stesso significato di OK ma anche "uno. Il segno di vittoria della "V" formata dal dito indice e dal medio divaricati. I diversi richiami con palmo rivolto verso l’alto e verso il basso. I saluti a palmo esterno o a palmo interno, le "corna", le "fiche", il "colpetto sotto il mento", i "colpetti sul naso", "la mano nella mano" ecc. tutti segni e gesti che facilmente possono trasformarsi in Marchi a patto di circostanziarli i quei contesti dove il codice del segno sia conosciuto.

Ogni civiltà conosce linguaggi gestuali generali e settoriali codificati che determinano la possibilità comunicativa tra più individui. Il linguaggio dei sordomuti rappresenta uno dei casi particolari; ogni ragazzo conosce un linguaggio-muto che permette di comunicare "segretamente", ovvero solo tra coloro che ne conoscono il codice; il mondo aeronautico conosce un linguaggio visivo grafico gestuale che permette di comunicare attraverso bandiere mosse con le braccia.

La tradizione religiosa conosce linguaggi gestuali assai precisi. Il "segno della Croce" è naturalmente dal punto di vista cristiano il suo Marchio più evidente. Esistono anche altri segni conosciuti come distintivi e rappresentanti un Referente: citiamo ad esempio i diversi "segni di benedizione", le " mani giunte", gesto comune a molte tradizioni religiose.

Presso gli Assiri nis kâti significa alzare le mani ma anche pregare: così anche presso i Greci, nel mondo latino dicendo "palmas tendere, tollere" si voleva significare l’atto della preghiera: anche nell’Islam questo gesto, o per meglio dire un gesto similare, indica la medesima attitudine: il dito alzato verso il cielo indica la testimonianza che si attesta come aggregazione a quella forma tradizionale.

La posizione del Cristo crocefisso a schema di S è per tutto il medioevo una caratteristica comune.

Possiamo osservare che anche in Massoneria i gesti, particolari gesti che conoscono solo gli iniziati, servono al loro riconoscimento, così come determinate posizioni "marchiano" quindi riferiscono di azioni gradi e funzioni precise. Posizioni che ad esempio nella danza, soprattutto nella danza orientale, nell’arte figurativa in generale sono estremamente codificate, così da permettere il riconoscimento della referenza attraverso la posizione (o gli attributi che vi si riferiscono) del soggetto.

In questo studio interessa esclusivamente il gesto non in quanto significante in generale - cosa che non occorre dimostrare in questo breve studio - bensì in quanto Marchio, ovvero come rappresentante e sostituzione di un Referente.

Conosciamo molto bene come il gesto della mano, ad esempio nella gestualità politica, sia significante. Lo stesso gesto diventa anche il Marchio del sistema ideologico corrispondente. Il pugno chiuso potrà quindi diventare Marchio per un Referente legato all’idea comunista; il braccio destro teso con la mano aperta, contrariamente, può riferirsi ad un referente di idee politiche opposte. Ma la mano aperta nel mondo arabo, la "mano di Fatma" è un segno talismanico, oggetto rituale di carattere religioso secondo il suo senso etimologico; per il cristianesimo il segno che indica Gesù in croce, sulla porta del ghetto di Gerusalemme o su quella della cittadella di Alhambra costituisce un amuleto per allontanare influenze negative..

Il saluti gestuali in generale, militari, civili, intimi e pubblici, sono il Marchio dell’azione che si svolge tra più persone ed identifica ruolo, rapporto e funzione dei partecipanti a quella azione.

La visualizzazione parziale ed isolata di posizioni e gesti ‘famosi’ basta da sola a denominare il personaggio a cui ci si riferisce.

Questo passaggio a statuto di Marchio può avvenire attraverso la codificazione di gesti appartenenti a tre categorie distinte:

a - gesti individuali che restano propri ed esclusivi del produttore: la posizione delle mani tipica in molte raffigurazioni di Napoleone Bonaparte resterà, ogni qualvolta la si riprodurrà, peculiare del Imperatore corso.

b - gesti individuali che assurgono a gesto sociale: (gesto di vittoria)

c - gesti di cui non si conosce il primo esecutore, quindi nati dalla cultura collettiva e sociale e assimilati da altre società, con significante ideologico.

Nel mondo commerciale abbiamo diversi gesti che sono diventati il Marchio aziendale o almeno se non a Marchio istituzionale vero e proprio, certamente partecipa a crearne l’immagine in senso lato.

Analogamente al gesto anche la rappresentazione dello spazio, dell’ambiente, dell’uomo collocato in questo ambiente e del rapporto tra più individui possono servire come segno di rappresentazione di un determinato contesto, di una situazione, di uno stato. La raffigurazione degli spazi e delle distanze prossemiche sono il segno di condizioni significanti. La loro rappresentazione può quindi indicare la referenza che si vuole raffigurare con un determinato Marchio.

La distanza "intima", "personale", "sociale" e "pubblica", così come sono state descritte da Edward Hall sono dati verosimilmente trasferibili a livello grafico e quindi applicabili ad un qualsiasi Marchio che abbia l’esigenza di esprimere il proprio Referente attraverso queste nozioni.

Esempi noti sono lo "scultore della Plasmon" oppure il volto che illustra l’imperativo "apri l’occhio, bevi Giommi" ecc.

Come per quanto riguarda gli Ordini Architettonici che "fissano" e codificano in modo preciso le condizioni tali per cui si possa chiamare con un nome preciso ogni "pro-dotto" che ne ripeta le condizioni, anche per il Marchio la "lettura" certa, la sua riconoscibilità si attua solamente attraverso un rigoroso sistema codificato dei segni che gli sono propri (forme, stili, tratti, colori, ecc.).

 

Mimesis 2011