Il Marchio e il libro

Queste brevi note seguono logicamente il capitolo dedicato ai Marchi commerciali. Il Marchio tipografico da Gutenberg in poi indica lo stampatore che ha prodotto il libro mentre il Marchio editoriale, anticamente spesso identificato al primo, indica il committente ed il finanziatore del prodotto.

Da Johannes Fust e Peter Schöffer a Einaudi

Il Marchio tipografico, inizialmente, è unito al colophon. Solo successivamente appare sul frontespizio e di questo partecipa dello stile grafico, delle ornamentazioni e delle decorazioni.

La tradizione araldica influisce sensibilmente sulla produzione di questi Marchi così come tutta l’emblematica, fiorita nello stesso periodo, contribuisce alla definizione dello suo stile e della sua composizione. L’ambiente editoriale e tipografico rappresenta una delle forme di produzione del Marchio più sviluppata per quantità, qualità e per continuità, dato che possediamo da cinque secoli una ininterrotta produzione ed una relativa conservazione.

I più antico Marchio editoriale e quello di Johannes Fust e Peter Schöffer. Compare nel 1457 a Magonza nel loro Psalterium Latinumm: di carattere specificatamente araldico, rappresenta due scudi portanti le insegne dei rispettivi personaggi.

Seguono Marchi tipografici ed editoriali che traggono lo spunto figurativo dai campi più disparati: sempre motivi araldici, molta mitologia, simboli sacri di natura religiosa, simboli alchemici, grafismi magici ed astrologici, imprese ed emblemi provviste del relativo motto, allegorie occidentali ed orientali, monogrammi e rebus, raramente figurazioni che illustrino l’ambiente tipografico vero e proprio, quindi tutti Marchi che rivestono più propriamente un funzione connotativa più che denotativa.

Certamente il nome dell’editore o dello stampatore è presente ma non svolge una funzione primaria. L’immagine significante troneggia e vuole esprimere la natura del Referente, la sua qualità, la sua cultura, la sua disposizione.

Questo ambiente figurativo è uno dei pochi che manifesta una continuità stilistica che non troviamo in altre categorie. Ciò che veniva rappresentato nel cinquecento lo ritroviamo ai nostri giorni quasi a dimostrare l’inalterabilità della natura culturale. I libri potranno cambiare in quanto a produzione e contenuti, ma invariabile è la natura della loro comunicazione. In quest’ottica la casa editrice Einaudi, Bompiani, Mondadori, Olschki, non trovano difficoltà ad utilizzare una raffigurazione tipicamente cinquecentesca. Il loro uso connota probabilmente l’identificazione con lo spirito di quell’epoca.

Fraceschelli nel suo scritto Sui Marchi d’impresa scrive che "La funzione di questi segni appare essere quella solita dei marchi di quei tempi: distinguere il libro, identificare il tipografo oppure l’editore tra tutti gli altri, e nello stesso tempo adottare un segno che non sia facilmente imitabile. Le quali funzioni - se occorresse una qualche prova a conferma di una verità di per sé evidente - erano bene espresse nella raccomandazione o epistola al lettore, che, in una edizione di Svetonio con commento del Beroaldo pubblicata a Bologna dal famoso stampatore Benedetto di Ettore nel 1506, si leggeva tra il titolo e la marca: "Benedictus Ectoris Bibliopola ad Emptorem. Emptor, attende. Quando emere vis" quando vuoi comprare "libros formatos in officina mea excussoria", libri formati nella mia stammperia, "inspice signum" sta attento, guarda bene al segno "quod in liminari pagina est. Ita numquam falleris", così non sbaglierai mai. "Nam (e qui balza evidente la funzione concorrenziale del segno) quidam malivoli impressores libris suis inemendatis (scorretti) et maculosis (e macchiati) apponunt npmen meum, uti ita fiant vendibiliores (vi appongono il mio nome per renderli così più vendibli); quo pacto et mihi et nomini doctissimi nostri Philippi Beroaldi derogant vel potius derogare contendunt (sminuiscono o piuttosto cercano di sminuire me e il nome del nostro dottissimo Filippo Beroaldo).

La marca tipografica e l’identificazione dello stampatore diventeranno importanti giuridicamente anche per le responsabilità preventive ("licenze", permessi, nulla osta, ecc.) o successive che incomberanno quasi subito sugli editori e sui tipografi, non escluso l’obbligo del deposito legale".

Già durante il XVI secolo furono frequenti le denunce che accusavano l’abuso di utilizzo dei marchi tipografici . Aldo Manunzio, stampando un opera di Tito Livio nel 1518, denunciò un concorrente fiorentino che slealmente ristampò una sua opera, le Instututiones Grammaticae, utilizzando il marchio del noto delfino avvolto all’ancora variando solamente la posizione della testa volta a sinistra anziché a destra .

A tal riguardo intervenì anche l’autorità sovrana ad opera di Francesco I che stabilì attraverso una precisa normativa che "ne pourront prendre, les maître imprimeurs et libraires, les marques les uns des autres, ainsi chacun en aura une à par soi, et différente les unes des autres; un manière que les acheteurs des livres puissent facilement connaître en quelles officines les livres auront été imprimés et lesquels se vendront aux dites officines, et non ailleurs" (cfr. Franceschelli, Sui Marchi d’impresa).

 

Mimesis 2011