Attributi, Funzioni e Simboli del Potere

Penso che sia molto utile riferire di un certo simbolismo, peculiare alla funzione della regalità, in quanto ritengo che ricopra meglio di altri una precisa analogia con l’uso del Marchio nella nostra epoca. Non voglio con questo dichiarare che vi sia una qualsiasi uguaglianza o identità per l’uso dei simboli o delle figure, bensì una corrispondenza degna di essere meditata, se vista nell’ottica della pratica codificatrice di un sistema di icone significanti, che articolate tra loro costituiscono un sistema comunicativo globale.

Il mondo antico ha sempre cercato di "segnare" ogni cosa attraverso un attributo che gli fosse proprio, come le funzioni sacre e regali oppure anche le semplici cariche sociali, le associazioni i gruppi o tutto ciò che si può immaginare di analogo, con dei marchi distintivi al fine del loro riconoscimento.

L’Arma, il Blasone araldico, come meglio vedremo, ha svolto a partire dal medioevo il ruolo principale, ma anche altri segni hanno svolto la medesima funzione. La Roma aristocratica assegnava ai cavalieri uno speciale anello d’oro, lo ius anulorum, ereditario come il titolo assieme alla bulla aurea o l’angustus clavus, due strisce color porpora da portare sulla tunica da cui deriva il loro peculiare attributo di funzione di Angustisclavius differente dalla funzione senatoriale di Laticlaviusche si fregiava anch’essa di due bande differenti. L’antichità ha sempre prestato molta attenzione al "segno" come mezzo di riconoscimento e questo ha permesso di formulare un "meta-linguaggio", una lingua sovrapposta, in un codice di riferimento universale.

La consacrazione dei Re di Francia a Reims è un esempio eccellente della articolazione complessa prevista per l’investitura regale. La composizione del corteo regale, il suo percorso da Parigi a Reims, i rituali d’investitura, la consegna degli attributi regali e le nove unzioni del Re sulle diverse parti del corpo (nove è il numero simbolico del compimento), costituiscono un cerimoniale esatto ripetibile e sempre identico che ai nostri occhi costituisce un esempio di un sistema omogeneo di utilizzo di "segni-simboli", insieme di "oggetti", "gesti", "azioni" che ben si pongono come analoghi, e non uguali, a ciò che di corrispondente ritroviamo nello studio del Marchio e della relativa Immagine Coordinata. Non penso sia necessario approfondire questo argomento che presupporrebbe, invece, di uno studio a parte, mi limiterò qui a descrivere i "simboli" principali di questa funzione rimandando, per il suo approfondimento, allo studio di Jean Pierre Bayard intitolato Sacres et Couronnements royaux.

Le rappresentazioni miniate medievali raffiguravano molto spesso la persona del re e dell’imperatore attraverso un’iconografia, tutto sommato, ripetitiva.

Molto spesso, infatti, vediamo raffigurato il sovrano seduto sul trono, con la corona, lo scettro in una mano ed il globo nell’altra e cinto della sua spada.

Questa descrizione, è giusto sottolinearlo, non è comune alla maggior parte delle raffigurazioni per una sorta di mancanza di fantasia, al contrario, per soddisfare un’esigenza di "codificazione" per cui era necessario raffigurare il sovrano in quella maniera a tal punto che, se non fosse fatto in quel modo, ne risulterebbe alterato il riferimento giuridico stesso.

La necessità di cui ho fatto riferimento rappresenta, in un certo senso, l’esigenza di dover rappresentare il "rappresentato" attraverso un preciso codice conosciuto simultaneamente dall’emittente quanto dal ricevente cercando di evitare al meglio l’interferenza del rumore che potrebbe influire sulla comprensione del messaggio - vorrei sottolineare il termine "simultaneamente" in quanto la comprensione diacronica determinerebbe automaticamente una incomprensione, così come accade assai frequentemente nelle interpretazioni del simbolismo antico.

Il Trono e le Sedute

Dire Trono significa affermare elevazione, rango elevato, attributo quindi di colui che possiede una dignità superiore. Come il piedistallo, il trono sostiene la gloria e la grandezza umana e divina o come afferma Burckhardt l’equilibrio finale del cosmo, equilibrio costituito dall’integrazione totale di tutte le antitesi naturali.

La religione ebraica vede nel simbolo "basileomorfo" della Merkavah un carro con sormontato un trono divino pari alla descrizione fatta da in Ezechiele (1,4) analoga a quella del tetramorfo dell’Apocalisse di Giovanni; la cabala ebraica pone la Merkavah come fine e scopo dell’ascensione dell’iniziato ai misteri attraverso sette palazzi equivalenti a diverse tappe del proprio cammino spirituale (cfr. Scholem, La Cabala).

Il trono di Pietro la Cathedra Sancti Petri è il simbolo del papato e della sua funzione d’insegnamento e di infallibilità dottrinale (da ciò la locuzione "ex cathedra" per gli insegnamenti impartiti in materia di articoli di fede e l’estensione nel nostro linguaggio ordinario per definire un insegnamento generico che viene da un’autorità) cioè della massima dignità del cattolicesimo su imitazione del Trono dell’Apocalisse che, circondato dai quattro animali simbolici immagini degli evangelisti, manifesta la gloria divina alla fine dei tempi proprio come il trono indù di Shiva chiamato Simhâsana sostenuto da quattro animali che simboleggiano le quattro età del mondo: spesso questi quattro animali vengono sostituiti da leoni (simha) il che fa pensare al leone come protettore di ciò a cui è apposto (es. protettore delle porte, cfr. simbolismo del leone nel capitolo dedicato all’Araldica) o come attributo di forza assimilabile a regnanti e sovrani. Il Cristianesimo e l’Islam conoscono troni divini sostenuti da otto angeli con evidente funzione di "intermediari" tra l’uomo ed il divino (si pensi al simbolismo legato al numero otto): alcuni angeli, il cui senso etimologico è quello di "messaggeri", vengono nominati, nelle Gerarchie celesti di Dionigi Aeropagita (VII, 2), "Troni" che sono descritti come "altissimi e sovrani celesti, esso indica il loro perfetto distacco da ogni soggezione terrestre e la loro tendenza sovramondana verso ciò che è elevato e il loro indeclinabile allontanamento da ogni bassezza e la loro posizione altissima, immobile e stabile con tutte le loro virtù, intorno a quello che è veramente l’Altissimo e la loro attitudine a ricevere la visita della Divinità in uno stato di perfetta impassibilità e immaterialità e infine di portare Dio e di aprire zelantemente ai doni divini" descrizione abbastanza precisa dell’attitudine tradizionale della sovranità.

Salomone, è descritto nel Primo Libro dei Re (10, 18-20), costruisce per sé un gran trono "d’avorio (simbolo di incorruttibilità e di invincibilità) che rivestì d’oro puro (simbolo di superiorità e di saggezza). Il trono aveva sei gradini (che oltre ad elevare rispecchia una certa analogia con il Sigillo stesso di Salomone che rappresenta una stella a sei punti che, essendo l’unione di due triangoli equilateri contrapposti, ha un chiaro significato di unione degli opposti, di armonia tra gli elementi, ecc.); sullo schienale c’erano teste di toro (simbolo di fecondità oltre che portatori dell’immagine delle corna a cui faccio riferimento nel paragrafo dedicato alla corona); il sedile aveva due braccia laterali, ai cui fianchi si ergevano due leoni (per quanto riguarda il leone di faccia riferimento agli appunti dedicategli nel capitolo sull’Araldica). Dodici leoni (qui il numero dodici indica il riferimento con il simbolismo celeste) si ergevano di qua e di là, sui sei gradini; non ne esistevano simili in alcun regno".

Jalâl ad-dîn Rûmî, sufi del XIII secolo, scrive nel suo Mathnavî che ogni cosa nella natura originaria è contenuta nel Trono divino, quale sorta di archetipo, ma soprattutto vi si identifica il cuore del contemplativo che vede in ciò tutta la manifestazione dell’universo, infatti è affermato che il cuore di ogni credente è il Trono di Dio, proprio come il fiore di loto per l’induismo ed il buddismo.

Il simbolismo buddistico conosce il "trono di diamante" posto in prossimità dell’"Albero della Saggezza" ed al centro stesso della "Ruota del Mondo"; questo simbolismo, oltre all’evidente significato spirituale che vi è annesso indica certamente la centralità dello stesso rispetto al mondo intero: su questo trono, ovviamente, regna la dignità più importante o chi ad essa si vuol identificare.

La Spada

Eginardo, biografo di Carlo Magno, riferisce delle sue usanze. Reinhard Elze riporta da questo autore che "Nei giorni festivi egli portava una corona d’oro con pietre preziose, una veste intessuta d’oro, calze e scarpe ornate di pietre preziose ed una clamide chiusa da una fibula d’oro... in certe occasioni solenni, per esempio quando riceveva ambasciatori di popoli stranieri, egli usava anche una spada ornata di pietre preziose. Normalmente invece si vestiva più o meno come tutti i Franchi, ma con un unico segno distintivo: la spada, che portava sempre con sé, aveva l’elsa d’oro o d’argento, e d’oro o d’argento era anche il balteo. Ciò significa che nei giorni normali era unicamente la spada preziosa a servigli da segno del potere".

La consacrazione del cavaliere avveniva attraverso il cingimento della spada da parte di un altro cavaliere o del re che definiva la stessa come il simbolo di castità e giustizia. La spada ha assunto nella lettura medievale significato di Castità quando veniva a trovarsi tra l’uomo e la donna. La Giustizia era simboleggiata dalla spada per il doppio taglio che la caratterizzava. In età moderna la spada, come simbolo assiale e polare, è identificata con l’asse della bilancia, anch’essa simbolo di giustizia e di equità.

Raimondo Lullo nel suo Libro dell’ordine della cavalleria così descrive la spada che cinge il nuovo Cavaliere: "E, poiché la spada ha due tagli e la Cavalleria è fatta per mantenere la giustizia, che consiste nel dare a ciascuno il suo, per questo la spada vuol dire che, per mezzo di essa, il Cavaliere deve mantenere la Cavalleria e la giustizia" (V,2).

Simbolo del Logos secondo l’Apocalisse (I,16) essa rappresenta a volte l’abilità nell’arte della retorica e della dialettica o l’eloquenza stessa, si identifica alla "divisione" della "guerra interiore" del Vangelo di Matteo (X,34). La tradizione islamica assegna allo Khatîb, colui che ha la funzione di predicatore durante le preghiere pubbliche del venerdì, tiene nella sua mano una spada, ovviamente senza nessuna intenzione belligerante, bensì come simbolo del potere della parola.

La spada è insegna di potere, ed il suo doppio taglio può simboleggiare il doppio potere regale e sacerdotale. Il doppio taglio può significare il doppio potere di creare e distruggere, come già visto, il potere di "legare" e "slegare" dell’autorità spirituale: ma anche Alessandro il Grande "slega" il famoso nodo gordiano attraverso il taglio della sua spada, cosa che gli permise, come l’oracolo aveva annunciato, di conquistare i paesi d’oriente.

Ugualmente la spada ha il potere di ferire ma anche di guarire come nel caso di quella fabbricata nell’isola di Avalon, simbolo del centro spirituale, secondo le leggende del ciclo del Graal.

Oltre che per la forma stessa, il suo carattere lucente la identificava alla "Croce di luce" che i crociati difendevano, immagine del raggio luminoso spirituale cosi come i cavalieri giapponesi del "Bushi-dô" identificavano il proprio daitô o katana (la spada lunga) al lampo, oppure la spada di Indra del sacrificatore indù identificata al vajra, alla folgore.

Un testo indù si esprime nei seguenti termini: "Quando Indra lanciò il fulmine su Vitra, esso, così lanciato, divenne quadruplo...I brahmani si servono di due di queste quattro forme durante il sacrificio...Quando il sacrificatore brandisce la spada di legno, è il fulmine che egli lancia contro il nemico..."

Spada di fuoco, quindi, come la Spada dei filosofi degli alchimisti medievali che si identifica al fuoco del loro fornello al fine di purificare gli elementi che gli permetterà di ottenere l’oro filosofale, come quella brandita dal cherubino che scaccia Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre (Genesi, 3, 24), spada fiammeggiante utilizzata dal Maestro massone durante i rituali; spada di fuoco come quella di Bodhisattva o di Vishnu, simbolo della lotta per la conoscenza contro l’ignoranza, può essere sfoderata solo da chi possiede eccezionali qualità.

La Corona ed il Copricapo

Abbiamo visto riferito, riguardo alla vita di Carlo Magno, l’uso della corona. La corona, in quanto copricapo, è portata alla "sommità" della persona e ciò ha fatto sì che assumesse un certo valore di nobiltà e di elevazione sociale in quanto si identifica con la parte più "alta".

Nel simbolismo cabalistico la parola ebraica Kether indica la "corona", l’"Assoluto", tra le dieci sefirot è quella posta alla sommità dell’albero sefirotico, sorta di sistema illustrante, per gerarchia, le "emanazioni" divine a partire dal regno divino fino al nostro mondo (cfr. il paragrafo I colori ed il tratteggio presente nel capitolo L’araldica).

Il Kundalini-Yoga - che corrisponde ad una tecnica iniziatica per lo sviluppo spirituale - individua sei chakra, o punti (luoghi o se vogliamo nodi corrispondenti a precise localizzazioni del corpo umano) attraverso i quali deve passare la kundalini, assopita ed avviluppata alla base della colonna vertebrale; questa risalita corrisponde allo sviluppo spirituale dello Yogi per arrivare alla realizzazione spirituale ovvero alla Conoscenza.

Sahasrâra corrisponde, nell’ordine gerarchico dei sei Chakra rappresentati da loti con numero di petali differenti, al "settimo", fuori dalla serie dei precedenti, e viene localizzato alla sommità della testa come una vera e propria corona e rappresentato con il simbolo del Loto dai mille petali. Lo Yogi la cui kundalini "passa" attraverso questo "centro" del capo è colui che ha raggiunto l’identificazione con Paramashiva ovvero la "dimora di beatitudine" e ha realizzato lo stato di Nirvana cioè si è affrancato dalla "trasmigrazione" (samsâra) e dalle limitazioni individuali.

L’arte sacra occidentale ed orientale raffigura questa "corona" con l’"aureola", segno proprio della divinità e dei santi. Di forme diverse, a seconda dell’area, identifica coloro che hanno raggiunto un alto grado di realizzazione spirituale.

Indossare la corona o un qualsiasi copricapo assume, se inserito in un contesto rituale di sacralità, il valore dell’identificazione con questo raggiungimento ideale.

Anche nella tradizione cristiana questa "corona" la si ritrova nel copricapo di lino bianco portato dal papa (il tessuto di lino era usato dai sacerdoti egizi e da quelli ebraici secondo la lezione del libro dell’Esodo - 28, 5 - doveva essere portato da Aronne, dai Druidi celti - cfr. René Gilles, Le symbolisme dans l’art religieux -) oppure nella "chierica", cioè la rasatura del capo da parte dei monaci e dei frati la quale è possibile rintracciare anche in estremo oriente dove la rasatura rituale del capo con fogge particolari, indicava funzioni e gradi sociali ben definite.

Notiamo di sfuggita che i capelli hanno valore simbolico nelle diverse civiltà: in ogni civiltà troviamo associato ai capelli un significato di forza e di potenza: si pensi ad esempio al caso di Sansone (Giudici 16, 19) e ancora nel VI° secolo d.C. Agazia scrive che "è un privilegio per i re dei Franchi di non rasarsi mai la testa. I sudditi hanno i capelli tagliati in tondo e non gli è permesso farli crescere ulteriormente". Così l’uso di tagliare lo scalpo da parte degli indiani d’America assume lo stesso valore in quanto con questo gesto gli stessi pensavano di distruggere il luogo di residenza dell’anima, della forza vitale dello sventurato. Anche la barba e i baffi hanno sempre avuto un significato inerente alla gestione del potere, si pensi ai dignitari dell’antica Cina o quelli della civiltà dell’antico Egitto che portavano barbe artificiali.

La corona rappresenta colui che ha raggiunto il grado più alto di una gerarchia grazie anche all’aiuto di ciò che gli proviene dall’alto e che ha quindi un carattere trascendente e spirituale. La mitra vescovile altro non è se non tipo particolare di corona.

Nell’Apocalisse di Giovanni infatti è scritto: "Attorno al trono erano ventiquattro seggi e sopra questi vidi seduti ventiquattro vegliardi, vestiti di bianche vesti e sulle loro teste corone d’oro" (4,4) continuando "...uno simile al Figlio dell’uomo, con una corona d’oro in capo..." (14,14) e per l’uomo la Lettera di San Giacomo (1,12) afferma che "dopo essere stato provato riceverà la corona di vita che il Signore ha promesso a coloro che lo amano" e che "quando apparirà il supremo Pastore, voi riceverete la corona incorruttibile della Gloria" Prima lettera di San Pietro (5,4) "la corona della vita" secondo la lettura dell’Apocalisse(2,10).

Nell’antico Egitto anche le teste di cobra dei copricapo dei dignitari egiziani comportano lo stesso significato; la corona era solo diritto delle divinità e dei Faraoni. Lo Pshent (fig. 1), la corona di Sovrani dell’alto e del basso Egitto è formata dall’unione della mitra dell’Alto Egitto incastrata nella corona rossa del Delta.

Segno di regalità e di sacralità, la corona è già presente in alcuni sarcofagi egizi.

Alcuni popoli hanno l’abito di incoronare la salma del parente appena deceduto: questa tradizione deriva dalla volontà di voler identificare il morto con il "mondo" al quale si aspira far pervenire l’anima del defunto, è quindi una forma di identificazione. Identificazione dell’uomo con la divinità, con il mondo spirituale, così come gli iniziati orfici, secondo Plutarco, cantavano "diventato libero e passeggiando senza costrizioni, celebra i misteri, con una corona sulla testa".

Viene portata dai re e dalla nobiltà (secondo la codificazione araldica), dalla Vergine che porta una corona di 12 stelle e 12 pietre preziose; i martiri della religione cristiana sono incoronati; così i Quattro Coronati (costruttori paleo-cristiani) sono i martiri protettori della Massoneria.

La simbologia medievale raffigura incoronate la Fede, la Speranza, la Saggezza e la Chiesa stessa, la quale affida solo al suo Pontefice la dignità di portare la corona, la tiara, il triregnum, cioè precisamente, il simbolo della sua potestà che agisce sui tre regni, il terrestre, il sottile e lo spirituale - nella trasposizione Microcosmica sono il corpo, l’anima e lo spirito - oppure, secondo un altro significato, perché domina sul Cielo, sulla Terra e sugli Inferi, o ancora in quanto simbolo della Chiesa sofferente, combattente e trionfante.

La sua forma più usuale è naturalmente il cerchio, immagine del Cielo. La persona che la porta si pone in diretta comunicazione con il mondo spirituale che dal cerchio è rappresentata. E’ il mediatore, il Pontifex, il "ponte" tra il Cielo e la Terra. Gli imperatori cinesi portavano un copricapo circolare ed una veste quadrata nella parte inferiore, così da simboleggiare la posizione di "mediatore" tra il Cielo e la Terra. Anche nel simbolismo massonico, il Maestro sta tra Squadra e Compasso, cioè tra gli strumenti atti al disegno del quadrato ed il cerchio. E’ il sacerdote che officia il rito tra la cupola circolare e la base quadrangolare della cattedrale.

La corona aperta rappresenta un grado alto ma non assoluta, mentre la chiusa o a cupola indica la sovranità suprema.

In araldica infatti possiamo osservare come le corone nobiliari, pur con fogge differenti siano sempre, o meglio dovrebbero essere, aperte verso l’alto (nella disposizione di poter ricevere ancora qualche cosa dall’alto) mentre le corone imperiali o reali (anche il triregnum  papale appartiene a questa categoria) sono chiuse nella parte superiore per mezzo di archetti, calotte semisferiche, panni, globi ecc.

Corona e Sole

La corona, ovviamente circolare, viene identificata anchesì al centro del cielo astrologico, il Sole. L’astrologia identifica l’ideogramma del sole con un cerchio ed il suo centro, il metallo che lo simboleggia è l’oro: così la corona prodotta solitamente in oro, viene raffigurata, secondo il suo archetipo più conosciuto, con una serie di punte che vengono identificate con i raggi del sole, ai raggi luminosi, simboli dei raggi spirituali che illuminano chi indossa la corona e naturalmente chi si pone sotto al suo dominio.

Corona e Corna

Alcuni autori hanno associato il termine "corona" con quello di "corno". Entrambi hanno un significato di elevazione, di potenza e illuminazione.

Kronos identificato a Saturno corrispondente al settimo cielo, cioè il più elevato in astrologia e rappresenta, come suo reggente, anche l’età dell’oro, il primo periodo dell’umanità, il periodo iperboreo ed indica certamente il senso di "elevazione" così come è stato osservato precedentemente.

Va notato che Kronos con Rhea rappresentano per i pitagorici il Cielo e la Terra e ciò conferma il simbolismo "celeste" riferito al dio; ma Kronos dal punto di vista linguistico è identico a "corona" - avendo lo stesso radicale - e ad Apollo Karneios considerato divinità presso gli iperborei.

La stessa nozione può anche riferirsi al significato di Centro spirituale e temporale, cioè alla funzione stessa della sovranità. Infatti, così come riferisce Plutarco nel suo De facie in orbe Lunae, il mare che circondava l’isola di Ogigia consacrata a Kronos o a Karneios chiamata da Omero come "ombelico del mondo", venne rappresentato in seguito dalla pietra sacra, l’Omphalos di Delfi, ed in quanto tale "Centro del Mondo" (almeno dal punto di vista simbolico).

Apollo Karneios, in Bretagna sostituito con san Cornelio o Cornely, è identico alla divinità Karn, dell’alto luogo, che ha come simbolo la Montagna, ancora l’elevazione rappresentata dalla tradizione celtica da un tumulus, il cairn, mucchio di pietre. Anche un altare chiamato Keraton era interamente formato da corna animali ben unite tra loro; l’altare descritto nell’Esodo (27,2) "sarà quadrato...ai quattro angoli quattro corni e saranno tutti di un pezzo" per indicare che la potenza spirituale del sacrificio si estende ai quattro punti cardinali cioè in tute le direzioni.

La radice linguistica KRN è presente nelle parole corno e corona, qarn in arabo significa corno così come attraverso una variazione horn in inglese. I raggi della corona, sono i raggi di luce del sole - il fulmine nel greco keraunos - e sono simboleggiati dai raggi a punta della corona tradizionale ed ugualmente le corna poste sopra il copricapo o l’elmo dei guerrieri, ad esempio dei soldati romani che attaccavano all’elmo un piccolo corno in segno di vittoria.

Per la tradizione Assiro-Babilonese la tiara cornuta era un attributo proprio della divinità. Anche nelle antiche raffigurazioni di Mosè si possono osservare delle corna, in ebraico kâran, che partono dalla sua fronte e che altro non sono se non raggi luminosi, infatti "la pelle del suo viso era diventata raggiante" (Esodo 34,29), oppure come "facies cornuta" secondo la Vulgata, essendo venuto in contatto con la "divinità".

Alessandro il Grande, dichiarato figlio di Ammone (assimilato dai greci come Zeus) dall’oracolo del dio, aveva come attributo due corna di ariete (i fossili "ammoniti" prendono il nome proprio perché si presentano con questa forma), proprio come il "padre" che veniva chiamato "Signore dalle due corna"; anche la tradizione islamica gli assegna il nome di El-Iskandar dhûl-qarnein "dalle due corna" solitamente di toro, significante che il proprio dominio si estendeva sui due mondi, l’Occidente e l’Oriente.

La differenza tra le corna di Ariete e le corna di Toro, le bovidi in generale, assumono un significato differente, essendo le prime un simbolo solare e le seconde un simbolo lunare - così come indicano anche le forme rispettive: una circolare e l’altra propriamente a "mezza luna" o "crescente" - d’altronde in Alchimia il segno del "mercurio dei saggi" ha una corrispondenza con il geroglifico del sole mentre il "mercurio volgare" con quello lunare.

Lo stesso John Wood nel suo testo Origine degli edifici: ovvero, il plagio dei pagani rivelato, afferma che lo stile delle volute del capitello proprio all’Ordine Ionico ricalcano la forma essenziale delle corna d’ariete.

Corone e Piume

Georges Catlin, il pittore degli indiani d’America, già nel XIX secolo scriveva che il copricapo di piume degli indiani delle praterie, era spesso provvisto ai lati di due corna di bufalo raschiate e lucidate "ed è permessa solo a coloro il cui coraggio è riconosciuto dall’intera tribù e la cui voce in consiglio ha il peso di quella di un capo di primo rango... Questo copricapo è vistosamente somigliante al costume giudaico, cioè quello con le corna che i capi abissini e gli Ebrei portavano come segno di potere e della forza durante i grandi cortei e le feste di vittoria" così come attesta il Primo libro dei Re riferendo che "Sedecia, figlio di Canaana, fattosi dei corni in ferro, si mise a dire: "Così parla il Signore: con queste colpirai gli Aramei fino allo sterminio"" (I Libro dei Re, 22,11).

Le piume, proprie agli uccelli, sono il simbolo dell’ascensione celeste; infatti, come afferma Werner Muller in Les religions des Indiens d’Amerique du Nord, descrive l’uso di piantare dei bastoni nei campi di granoturco, vicino ai luoghi sacri, sulle vette delle montagne, per propiziare gli Antenati, il Sole e la Luna, "il movimento di piume su questi bastoni, fa salire le preghiere verso gli dei".

La piuma era molto utilizzata presso i popoli dell’antico Messico; attributo dello Quetzalcoalt, serpente (coalt) ricoperto con le piume dell’uccello verde di nome Quetzal, utilizzate come simbolo della "funzione reale" per eccellenza, servivano per confezionare i suoi attributi fondamentali quali corone, mantelli, scialli rituali, scudi, nonché insegne sotto forma di stendardo.

Corona e Nodi.

I grandi Sacerdoti ebraici ed i Re atzechi usavano corone a diadema, ricordando in greco diádêma deriva da diadêin e significa propriamente, "annodato", "legato intorno". Nell’Esodo (28, 36-38) troviamo scritto infatti: "Farai ancora una lamina d’oro puro, e su quella, come s’incide sopra un sigillo, inciderai: "Sacro è il Signore". La fisserai con un nastro di porpora violacea, in modo che rimanga sul davanti della tiara. Starà sulla fronte di Aronne...e starà continuamente sulla sua fronte per attirare loro la benevolenza del Signore" (cfr. anche Sirach 45, 12); l’incoronazione è vista come segno della benedizione del loro Signore (Ezechiele, 16, 12; Isaia, 62,3)

Cappello e Bandiera

E’ attestato che durante l’ingresso dei Cardinali al Concilio di Costanza gli stessi erano preceduti da un proprio "araldo" che innalzava il cappello a falde larghe distintivo della propria funzione come loro attributo, alla maniera di una vero e proprio stendardo. (Fig. ARALDICA, Araldica Eccl. P. 238)

Corona e mondo vegetale

La ghirlanda, sorta di corona vegetale, si presenta il più delle volte come intreccio di rami di piante diverse: indica sovranità oppure diverse onorificenze temporanee.

Gli imperatori romani portavano una ghirlanda di rose la cui parodia è la corona di spine della passione di Cristo, fatta di rami di pruno o di acacia. Questa stessa corona, malgrado il riferimento possa sembrare azzardato, può essere assimilata alla corona intesa come irraggiamento dei raggi luminosi, in riferimento alle "punte" ed alle "corna" di cui abbiamo fatto cenno precedentemente.

I menhir delle tradizioni nordiche, in riferimento alla "pietra" sopra citata, all’Omphalos in quanto "Centro del Mondo", all’Asse del Mondo, al "raggio solare" ecc., venivano chiamati dalla civiltà cristiana anche "spine" da cui le città francesi vicine quali Belle-Epine, Notre Dame de l’Epine ecc.

D’altro canto, i vegetali "spinosi" assumono nel simbolismo una valenza positiva, basti pensare alla rosa, al cardo, all’acacia e all’acanto.

L’antichità assegnava ghirlande ai vincitori di gare sportive: i giochi olimpici premiavano i propri vincitori con ghirlande di ulivo; di quercia, poi di alloro ai giochi pitici, di appio ai giochi nemei, di pino ai giochi istmici. San Paolo prende questo simbolo per dar peso alla propria metafora quando afferma nella Prima lettera ai Corinzi "Tutti i lottatori si sottopongono ad ogni sorta di astinenze, ed essi lo fanno per guadagnare una corona corruttibile, noi invece, per una corona eterna." (9,24). Simbolo cristiano di immortalità la ghirlanda si è perpetuata come insegna battesimale, nella corona della sposa o degli sposi nel rito ortodosso e nella corona funeraria.

Durante le gare artistiche, drammatiche e liriche, si assegnavano corone di alloro prima e d’oro poi. Corone a ghirlanda erano donate ad Atene e Sparta a coloro che avessero ottenuto particolari meriti sociali oppure ai trionfatori di imprese militari o alle persone che partecipavano o erano vittime di un sacrificio.

I misteri mitriaci assegnavano a colui che otteneva il grado di miles una corona e l’iniziato doveva esclamare la frase "Mitra è la mia corona"; oppure nelle Odi di Salomone dove facendo riferimento al simbolo battesimale si dice "mi hanno intrecciato una corona di Verità" o se inteso come "matrimonio" tra l’anima e Cristo non possa riferirsi all’uso orientale, passato poi nelle tradizioni cristiane medievali, di coronare gli sposi il giorno del matrimonio così come afferma il Cantico dei Cantici: "Re Salomone, ornato del diadema di cui l’incoronò la madre sua, nel giorno delle nozze" (3,11).

Il mondo romano codifica questa usanza di rendere onore alla persona meritevole con la corona o la ghirlanda: in un certo senso si può affermare che la corona o ghirlanda della tradizione romana rappresenta l’equivalente della nostra decorazione essendo la corona, per l’occidente medievale e moderno, dalla codificazione araldica in poi, segno distintivo di sovranità e nobiltà.

Aulo Gellio elenca i diversi tipi - da notare che il possessore della corona poteva per questa essere riconosciuto -: tra le diverse corone la triumphalis di alloro e d’oro successivamente, veniva data ai militari vincitori, la obsidionalis, di erba gramigna, veniva donata al militare che avesse conquistato o liberato una città o un accampamento. La corona civica, di quercia, a colui che avesse salvato un cittadino: questa particolare corona poteva essere sempre indossata, di assoluto rispetto era colui che la portava, al punto che al suo passaggio anche i senatori erano in dovere di alzarsi. La corona aurea muralis, forse la più antica tra le corone, era dovuta a chi superasse per primo le mura di una città nemica durante un attacco militare; la rostralis dedicata ai capitani di mare; la aurea navalis a quello che per primo fosse salito su una nave nemica durante un arrembaggio; la campali o vallaris assegnata al primo soldato che superasse un terrapieno dell’accampamento nemico. la corona ovalis, di mirto, al generale che avesse ricevuto l’ovazione; la corona di lauro ambita se assegnata sul campo di battaglia ed infine la corona ex paeda, d’oro massiccio, la quale era fusa con l’oro del bottino conquistato al nemico.

La sconfitta sul peccato da parte della fede è simboleggiata, nella religione cristiana, dalla ghirlanda che indossa la Vergine oppure, nella iconografia cristiana, Maria Maddalena, santa Caterina da Siena, santa Veronica, o ancora le bambine il giorno della loro prima comunione: anche le giovani spose portano una ghirlanda di fiori simile ad una corona.

Le ghirlande erano un attributo degli dei greci. Ognuno possedeva una ghirlanda intrecciata con il vegetale che gli era proprio: così Zeus possedeva un ghirlanda di quercia (ghirlanda che si offriva a chi avesse salvato qualcuno dalla morte), Apollo di alloro, di spighe Demetra, Afrodite di mirto, Atena di ulivo, Dionisio di vite, Persefone di melograno.

Corone e mondo minerale

Al significato proprio del raggio di luce, al fulmine, ed in qualunque caso a ciò che proviene dall’"alto", è assimilabile anche il simbolo della pietra.

Le pietre cadute dal cielo hanno, per tutti i popoli, una importanza enorme. Si pensi ai betili cioè alla dimora della divinità, in ebraico Beith-el, "Casa di Dio", per l’islamismo, alla pietra nera inserita della Kaaba alla Mecca che ha una stretta relazione la storia di Abramo, al simbolismo della pietra di Cibele, alla romana lapis niger, oppure al significato degli scudi Silii che la tradizione dice essere stati intagliati in un aerolito al tempo del re Numa.

I betili, certo non tutti di origine celeste, così come l’Omphalos erano una pietra profetica; là vi si potevano trovare gli Oracoli e simbolicamente la risposta oracolare era proprio l’interpretazione del detto divino che proveniva dal cielo.

Ma queste pietre di fulmine erano veri e propri simboli della folgore. Il fulmine è un attributo proprio dei dignitari del lamaismo ma lo è anche di Zeus per i greci o Jupiter dei latini che sconfigge i Titani ed i Giganti come Thor, oppure Parashu-Râma sconfiggono i rispettivi "nemici" per mezzo di martelli di pietra. L’ascia di pietra è ciò che spezza e che fende così come il fulmine: vajra della tradizione indù che ha anche il senso di "diamante" (connesso con "diadema") con il significato che gli è proprio di inalterabilità e immutabilità, attributi propri dell’Asse del Mondo come afferma Platone nel libro X della Repubblica, attorno al quale gira tutto l’Universo, e di conseguenza relativi alla sfera Regale e Sacerdotale con il quale è in relazione.

E’ noto come le corone siano spesso tempestate di pietre preziose. Le pietre hanno sempre avuto un significato simbolico ed un valore teurgico.

Valga una sola notizia: Jean Pierre Bayard nel suo testo Sacres et couronnements royaux scrive che le pietre, così come si tratta analogamente con il mondo vegetale ed animale, non devono essere tagliate indiscriminatamente bensì solamente in condizioni temporali ben precise. Il loro colore e la loro natura hanno determinato usi e fatture differenti; così la composizione su un gioiello o su una corona hanno valore differente in funzione del loro numero, della loro relazione e della loro posizione.

Come la corona anche il cappello, concepito nelle sue diverse fogge nelle diverse società e tradizioni, assume valore simbolico, si pensi solamente al valore simbolico e rituale che il cappello assume ad esempio per i rabbini nella religione ebraica, o il turbante che acquista valore rappresentativo e ideografico in diverse tradizioni quali l’islamismo e l’induismo dove il colore e la fattura dello stesso assume nei diversi casi significati differenti: in questa maniera è possibile riconoscere lo stato o la peculiare funzione sociale di colui che lo indossa.

Lo Scettro

Notker il Balbuziente, monaco di San Gallo, riferisce di un fatto accaduto a Carlo Magno assai significativo per indicare la funzione propria dello scettro.

Durante l’assenza del re, un vescovo si impadronì, circuendo la regina, dello scettro dello stesso Carlo Magno sostituendolo con il proprio bastone pastorale. Al suo ritorno, il re incollerito disse: "I vescovi dovrebbero disdegnare questo mondo ed incitare gli altri col proprio esempio a desiderare le cose del cielo. Ma ora essi sono talmente corrotti dall’ambizione, persino più degli altri mortali, che uno di loro, non contento della sede vescovile che occupa in Germania, si è impadronito del nostro scettro - sceptrum nostrum, quod pro significatione regiminis nostri aureum ferre solemus - in luogo del pastorale a lui spettante" ciò a significare che lo scettro poteva, o meglio doveva, essere segno distintivo ed esclusivo del potere temporale supremo e non altro.

Questo scettro, sorta di asta di lunghezza, materiale e foggia differenti, si presenta sormontata il più delle volte da un emblema riferentesi alla funzione particolare di colui che lo porta: questo può essere un giglio, il globo, l’aquila, il fiordaliso, oppure le diverse forme e figure già presenti nella classificazione dei simboli descritti nei capitoli precedenti e nei successivi.

Lo scettro dal greco skêptron, cosi come il pastorale sacerdotale, è un bastone. Il suo utilizzo risale certamente all’uso di portare un bastone pastorale o un verga come distinzione sociale e durante i riti, bastone del pellegrino ecc.

Simbolo del potere e di autorità, lo scettro è l’immagine dell’Asse del Mondo, di quel centro attorno al quale deve gravitare l’universo intero, simile all’Albero del mondo che assume, almeno in generale, gli stessi significati. I bastoni in uso nelle società taoiste, avevano sette nodi per rappresentare i cieli planetari o le sette porte che l’iniziato ai misteri del Tao deve superare per arrivare alla conoscenza.

Il tempio di Olimpia presentava sul proprio frontone una statua attribuita a Fidia raffigurante Zeus in maestà: seduto su un trono decorato la figura realizzata in avorio e oro (cfr. Trono di Salomone sopra descritto) teneva nella mano sinistra uno scettro sormontato da un’aquila (cfr. articolo dedicato al simbolo dell’Aquila nel cap. "L’Araldica"). Zeus, Giove presso i latini, a volte sostituisce lo scettro con il fulmine forgiato da Vulcano. Molte altre similitudini possono essere individuate nella mitologia greca per riscoprire la presenza dello scettro o del suo sostituto: esempio, Athena, la Minerva latina, viene presentata con la Lancia, così come Ermete, il Mercurio latino, con il Caduceo, Asclepio, l’Esculapio latino ha lo stesso bastone di Ermete ma con un solo serpente.

Simbolo del capo riconosciuto, il bastone è affidato all’araldo che precede le processioni regali assieme allo stendardo, e lo stesso bastone viene rotto dal Gran Cerimoniere durante il funerale del Re di Francia al grido "il re è morto".

Attributo dignitario peculiare dell’autorità, in qualsiasi materia si desideri, il bastone caratterizzava come emblema specifico anche agli insegnanti, ai precettori a coloro che leggendo e spiegando l’Iliade esibivano un bastone colore rosso (il rosso, lo ricordiamo era esclusivo degli eroi) e di colore giallo trattando l’Odissea.

Già l’antico egitto conosceva tre sostituti dello scettro: il primo chiamato User, il Flagellum ed un vero e proprio Pastorale. Spesso l’User veniva sormontato con la testa del dio Seth, identificato a Tifone a cui si rifanno le idee di tempesta e di violenza: attributo quindi di castigo attraverso la folgore (cfr. Boris de Rachewiltz, I miti egizi)

Anche il bastone di Yama (divinità che presiede al mondo dei morti dell’induismo) danda, obbliga e punisce. Il Brahma-danda del sacerdote indù ha, come il bastone dei taoisti sette nodi, per identificarsi con i sette (sei + uno) chakra del Kundalini-Yoga e rappresentanti i gradi del progresso spirituale dell’iniziato; così questo bastone identico al Meru, il monte che è assimilato all’Asse del Mondo, corrisponde alla spina dorsale alla nâdî Sushumnâ centrale, attorno a questo bastone si avvolgono con uno schema elicoidale due linee corrispondenti alle due nâdî, Idâ e Pingalâ, simbolo sostanzialmente identico al "bastone" e "scettro" di Ermete, il Caduceo.

Il Buddismo tibetano chiama lo scettro attributo ai lama col nome sanscrito di vajra, come abbiamo già visto uguale al fulmine, ed è detto essere lo "scettro di diamante" e "simbolo dell’indistruttibile sapienza" (per la relazione simbolica dello scettro con il fulmine cfr. gli articoli dedicati al Trono e alla Corona - cfr. René Guénon, Simboli della scienza sacra). Il Buddismo indiano riconosce invece nello khakkhara, il bastone del monaco che tiene lontano i cattivi influssi, il potere di liberare le anime dall’inferno, addomesticare i draghi e far scaturire le sorgenti. Proprio come il bastone di Mosé che, tra le sue facoltà magiche e teurgiche, ricopre un ruolo fondamentale nel far scaturire l’acqua dalla pietra (Esodo 17, 5-7) o la verga di Aronne che si trasforma in serpente gettato ai piedi del Faraone (Esodo 7, 8-12).

Il bastone di Demetra viene percosso sul terreno per darle fertilità così come lo scettro di Agamennone viene piantato al suolo vivificandosi sotto forma di grande albero (Sofocle, Elettra, 413-415) e interpretato come segno premonitore del ritorno del proprio figlio, il vendicatore. E’ il bastone del falegname San Giuseppe che fiorisce, secondo i Vangeli apocrifi, per annunciare la nascita di Cristo. E’ il bastone dei pellegrini che si avviavano verso San Giacomo di Compostella o verso Gerusalemme, è il bastone che rappresenta l’esodo del popolo ebraico o l’Ebreo errante. Nel Compagnonaggio, è il bastone o "canna" del Compagno che parte per il Tour de France, una sorta di pellegrinaggio rituale della Francia al fine di affinare il proprio mestiere; l’uso di questo bastone era codificato attraverso posizioni e gesti che, a seconda dei casi, poteva essere di "offesa" o di "benedizione".

Questa doppia valenza, che già abbiamo individuato in precedenza (es. simbolismo della spada), il potere di "legare" e "slegare" lo si può rintracciare anche in un adattamento della rappresentazione dello scettro abbastanza nota nell’iconografia di San Pietro: sono le due chiavi, la prima d’oro e la seconda d’argento che nelle sue mani sostituiscono lo scettro reale; l’uso di questa immagine rimane anche nell’araldica ecclesiastica come peculiare alle insegne papali.

Ogni "mago" o "fata" che si rispetti, oggigiorno così come nell’antica iconografia, possiede una bacchetta o un bastone.

Lo stesso scettro, è il simbolo che in segno di scherno, sotto forma di una canna di bambù, oltre alla corona di spine, venne data al Cristo durante la passione come mostrano le antiche rappresentazioni dell’Ecce Homo; in Cina come attributo di dignità ha il nome di ju-i e significa propriamente "secondo quanto si desidera", di giada, veniva assegnato agli anziani che godevano di stima.

Caso particolare di scettro utilizzato durante le incoronazioni dei Re di Francia è la "mano di giustizia", una sorta di piccolo scettro sormontato da una mano che si presenta con il pollice, l’indice e il medio elevati, mentre l’anulare ed il mignolo sono piegati; utilizzata in Francia a partire dal XV° secolo, è sostituita negli altri paesi dalla spada con il medesimo significato.

Proprio come l’Asse del Mondo già descritto precedentemente, lo scettro rappresenta il Centro, centro spirituale o centro del potere temporale; così molti altri simboli vi possono essere assimilati e vi corrispondono.

Lo scettro è il simbolo dell’Albero del Mondo, "albero sacro" presente in ogni tradizione rappresenta il "centro" sacro: si pensi ad esempio il simbolo del paradiso terrestre, all’albero della scienza, albero del bene e del male, il famoso melo che assume un valore certamente positivo nel giardino delle Esperidi il fico sacro del Buddismo, la quercia dei Celti o del bosco sacro di Nemi, l’Albero della Vita dello Zohar rappresentato come Albero di Luce, uguale alla colonna di fuoco descritta dall’Esodo, l’albero sefirotico della Cabala ebraica, l’albero Haoma della tradizione avestica.

Conseguentemente dal simbolismo dell’Albero può derivare quello genericamente vegetale: così ogni civiltà vede in un vegetale il simbolo della vita, della salute, della rigenerazione spirituale, della resurrezione, dell’immortalità ecc.

L’ulivo e la palma nel cristianesimo, l’acacia nel simbolismo massonico, così alcuni frutti, come il melograno e la mela.

Il Globo

Proprio il simbolismo della mela, il pomo d’oro era un antico emblema che il Re teneva nella mano oltre allo scettro, anticipa il simbolo del globo. Questa mela spesso veniva raffigurata sormontata con l’immagine di una Nike (dea della vittoria); il globo che prende il posto della mela viene sovrapposta dalla croce raffigurando con ciò l’antico ideogramma di Marte (secondo l’interpretazione che ne dà Titus Burckhardt nel testo Alchimia). Identico al globo solare si identifica al Sole spirituale.

Il globo rappresenta certamente uno degli attributi principali del sovrano, si tratti di re o imperatore. E’ anche accertato che prima di una certa epoca, il globo era attributo del potere solamente nell’iconografia, ma non aveva un riferimento effettivo nel cerimoniale di corte, o così come sembra accertato nel rito d’incoronazione o della vita pubblica del sovrano (secondo Reinhard Elze nel suo Insegne del potere sovrano e delegato in occidente afferma che solo nel 1014 Benedetto VIII incoronò imperatore Enrico II mettendogli in mano un globo d’oro).

Il globo posto nella mano dell’autorità, sancisce il dominio "totale" di questo sui territori per cui è investito; chiaramente questa idea di totalità è connaturata alla forma stessa della sfera che, certamente per la sua incommensurabilità, rappresenta meglio di altre il senso di universalità.

Altro significato, certamente legittimo, è quello che assimila il Globo al simbolo dell’"Uovo del Mondo", sorta di figura che riunisce in sé l’immagine di Origine e di Embrione, da cui sarebbero nate tutte le cose (il Paradiso terrestre, che in un certo senso si pone come all’origine della razza umana, è raffigurato di forma circolare).

L’Anello

Immagine universale di unione e di "legame" di alleanza, voto o destino comune a qualcuno o qualcosa, l’anello è sempre stato utilizzato dall’autorità e dal detentore del potere. E’ il pontefice che unisce con legame indissolubile il principe al suo popolo porgendogli l’anello reale.

L’anello matrimoniale, che acquista col cristianesimo un significato fondamentale, era già presente in epoca pagana. L’anello del Vescovo unisce in "matrimonio mistico" il religioso con la Chiesa ed il proprio Signore, diventa l’anello con sigillo papale il celebre "anello del pescatore", dalle parole evangeliche secondo le quali Gesù rivolgendosi agli Apostoli, pescatori di mestiere, li invitava a diventare "pescatori di uomini": l’anello papale chiamato appunto anulus piscatorio rappresenta San Pietro sulla barca e viene rotto alla morte del Vescovo di Roma in segno di legame spezzato.

L’anello abbaziale, concesso a quanto pare per la prima volta da S.Leone IX, venne dato all’abate di Montecassino e da allora tramandato ai suoi successori.

Analogamente l’anello appare nel rito dello "Sposalizio del Mare" celebrato a Venezia e messo in relazione con il culto di San Marco al quale la città è legata; in questa cerimonia, durante la festa dell’Ascensione, il Doge dopo aver percorso i canali sulla nave chiamata Bucintoro, avviato verso il Lido gettava un anello d’oro in mare pronunciando parole che evocavano lo sposalizio tra la città ed il mare: segno evidente di legame che legava le parti e di presa di "possesso" o conquista.

In alcuni ordini religiosi femminili la monaca porta l’anello in quanto "sposa di Cristo": in alcune congregazioni religiose le "coriste" portano un anello d’oro mentre le "converse" un anello d’argento.

Portati dai primi cristiani, come dai popoli Gentili, viene consigliato da Clemente Alessandrino di portare anelli con incastonate le figure di una colomba, un pesce o un’ancora, simboli certamente paleocristiani.

Il dito in cui viene infilato l’anello non è scelto casualmente. Gli antichi Egiziani ritenevano che un nervo vitale partisse dal dito anulare arrivando al cuore; dito soggetto al Sole in chiromanzia, era nominato dal popolo greco come dito di Apollo.

L’anello è una rappresentazione in piccolo della cintura, laddove il castone corrisponde alla fibula; come tale, è segno di protezione del luogo sacro, è il sigillo quindi custodisce un segreto, infilare o impossessarsi di un anello corrisponde prendere possesso di quel segreto o di quel luogo: si pensi alla saga moderna di J.R.R.Tolkien, Il signore degli anelli che riprende temi noti in antichi testi nordici dove, ad esempio nella saga dei Nibelunghi, l’anello e la cintura svolgono un ruolo determinante per la conquista del potere.

Il ruolo di riconoscimento dovuto all’anello è riferito nel racconto bretone La seconda battaglia di Moytura in cui si narra di un anello consegnato da Elada (scienza) a Eri (Irlanda), sua amante, affinché potesse essere riconosciuta dal loro figlio; anche l’eroe Cúchulainn compie lo stesso gesto nei confronti di Aife, figlia del Re dei Greci, famosa donna guerriera che il nostro eroe sconfigge e seduce dandole un figlio di nome Conla. Stesso significato per l’anello (assieme al cordone ed un bastone) che Giuda consegna a Tamar (Genesi, 38, 18) e riconosce successivamente.

Come simbolo del potere assegnatogli, Faraone si sfila il proprio anello e lo consegna a Giuseppe (Genesi, 41, 42).

Salomone ottenne la saggezza per mezzo di un anello. Perso quest’ultimo nel Giordano, perse anche la saggezza; per riacquistarla dovette aspettare che un pescatore, ritrovatolo nelle acque, glielo riconsegnasse. Anello assai simile a quello ritrovato da Gige che, come riferito nel racconto platonico (Repubblica, II, 3), trova un anello con il potere di renderlo invisibile, proprietà che sfrutta per ottenere il potere diventando Re.

Simbolo del potere esercitato, l’anello è, in un certo senso, il sigillo e la condizione per accedere a questo governo. Analoga, almeno a grandi linee, la storia di Policrate che, tra le sue enormi ricchezze, possiede un anello corrispondente al suo destino e il cui possesso o il suo rigetto alterna la sua fortuna e la sua sorte (certamente molto più complesso, il mito dell’anello di Policrate, comporterebbe uno studio assai più approfondito, basta in questa sede esporne il senso generico).

Il destino ed il "legame", il significato insito alla circolarità e la chiusura dell’anello, è presente nel mito del Flamine sacerdote consacrato a Giove che poteva adornarsi solamente di un anello spezzato o aperto come segno del suo rifiuto da vincoli o limiti, così come vincolo e limite è un qualsiasi oggetto che circondi interamente una parte del corpo.

La civiltà romana eredita dalla Grecia l’uso di portare l’anello; sotto la repubblica, l’anello d’oro era concesso solamente ai cavalieri (ho riferito all’inizio del presente capitolo il caso dello ius anulorum) solo in seguito venne concesso anche a senatori, magistrati e con Giustiniano la concessione venne estesa a tutti gli uomini liberi; di larga diffusione e preferito dai romani fu l’anello a castone di pietra preziosa con incise figure mitologiche o amuleti.

La presa di "possesso", la "vincita" e l’acquisizione di un premio erano lo scopo della "corsa all’anello", sorta di giostra medievale che nell’ambito di un torneo cavalleresco, permetteva di riconoscere il cavaliere più abile in colui che riusciva ad infilare con la lancia un anello appeso ad un filo.

Molti altri sono gli emblemi ed i simboli che potrebbero essere citati riguardo alla funzione specifica del potere e della Regalità: mi sembra comunque superfluo proseguire in questa elencazione dato che lo scopo di questa esposizione rimane esclusivamente l’esemplificazione di un "sistema di rappresentazione" che, al di là del caso specifico preso in esame che ha il proprio stile ed i propri simboli, illustra molto bene come sempre e con le medesime regole di codificazione sia possibile l’identificazione di un "oggetto" o di un Referente per mezzo di un insieme omogeneo di "immagini". Ritengo comunque che la scelta della Regalità sia molto utile al fine di studiare quali siano le inferenze culturali e semantiche dei medesimi simboli nella nostra epoca.

 

Mimesis 2011