L’Araldica

"...e tosto una divisa
si fe’ su l’arme, che volea inferire
disperazione e voglia di morire
Era la sovraveste del colore
in che riman che la foglia che s’imbianca
quando del ramo è tolta, o che l’umore
che facea vivo l’arbore le manca.
Ricamata a tronconi era, di fuore,
di cipresso che mai non si rinfranca,
poi c’ha sentita la dura bipenne:
l’abito al suo dolor molto convenne."

(Ludovico Ariosto, Orlando furioso, Canto XVII, 72.)

Uno dei sistemi più interessanti di "Immagine Coordinata" storica, è rappresentato dall’Araldica. Questa disciplina, o meglio potremmo dire questo sistema "semiotico" figurativo, usato in Occidente fin dall’epoca medievale (meglio sarebbe dire che in questo periodo si affermò stabilmente in forma codificata), equivale effettivamente ad un sistema unitario e metodologico di uso del segno figurato come riconoscimento e raffigurazione personale o collettivo, proprio come una moderna strutturazione di "Immagine Coordinata", l’essenza della quale era costituita da un vero e proprio "Marchio": l’Arma.

L’araldica, quindi, può considerarsi come scienza, codificata secondo regole scientifiche, ed arte che concerne l’Arma e di conseguenza lo Stemma.

E’ sostenibile la tesi di Neubecker il quale, nel suo testo Araldica, origine, simboli e significato, scrive che l’uso del segno araldico può essere nato dall’esigenza del cavaliere medievale di distinguersi, di rendersi facilmente individuabile e di farsi riconoscere tra gli altri per mezzo di forme e colori rappresentanti le proprie imprese, una volta che, per ragioni di difesa, l’armatura doveva ricoprire anche il suo volto. Gia nel 1275 Raimondo Lullo nel suo Libro dell’Ordine della Cavalleria afferma che "il blasone che sta sullo scudo, sulla sella e sulla cotta del Cavaliere, è il segno di riconoscimento delle ardite azioni che ha condotto e dei colpi che ha menato in battaglia" (V,18) essendo, sia la dignità di cavaliere che il blasone relativo di riconoscimento, diritto esclusivo di chi si fosse distinto in combattimento.

Il sistema originario più in uso fu, già dai primi tempi, un segno di distinzione sull’elmo, sull’armatura, sullo scudo o sulla gualdrappa. In seguito, la condizione giuridica dell’ereditarietà feudale, ha permesso all’araldica di codificarsi e legalizzarsi, grazie anche ad una serie di regole redatte e diffuse da quella categoria di persone atte al mestiere e note sotto il nome di "araldi". Proprio agli araldi e prima di loro i grôgiraere, i "gridatori", banditori e organizzatori dei Tornei controllavano la "regolarità" araldica dei partecipanti alle sfide: l’esattezza dell’uso dei colori, prove di ereditarietà, ne compilavano gli elenchi, spesso per mezzo di "cataloghi" illustrati delle armi stesse dei cavalieri partecipanti.

L’utilizzo dell’arma, se nasce all’interno del mondo cavalleresco, si diffonde velocemente a tutta la nobiltà ed in seguito al clero, alle città, alle corporazioni ed alle confraternite; simbolo di libertà e di dominio, seppur limitato, l’arme può essere ottenuta o conquistata da chi è libero, da chi attua un "signoria" sul mondo esterno.

L’Araldo

Abbiamo nominato precedentemente l’araldo; a questo riguardo l’epigramma di Hans Guldenmundt (ca. 1550) si esprime nei seguenti termini:

"Vien dall’antico "custodi d’onore" il nome
mio, quindi di distinguere ho il compito, io.
Enea Silvio ben ci addita quale fu a lungo
la via tanti anni fa dei custodi d’onori
che visitar dovevano principi e signori
in tutti i luoghi di loro appartenenza.
Infatti si deve dar loro riverenza
e doni e gemme e abito di corte, essi devono
viver da signore, esser forti, essi
vanno guidati e difesi, ciò è conto,
fortemente punendo chi a essi reca affronto.

L’Araldo, abbiamo detto, è un messaggero, un diplomatico, un ambasciatore ante litteram. L’archetipo dell’Araldo può essere riconosciuto dalla mitologia greca nella figura di Ermete, trasformato nel mondo latino in Mercurio. Tramite fra gli uomini e la divinità, uno dei suoi attributi è il bastone del messaggero, il Caduceo con i due serpenti ed il Pileo alato.

Il mondo latino conosceva diversi tipi di Araldi: i caduceatores (portatori di caduceo) araldi rappresentanti il potere sovrano presso il popolo, i feciales, araldi con funzione di ambasciatori in periodo di guerra, i praecones con funzione presso uffici pubblici e durante gli spettacoli, i calatores araldi ed assistenti dei sacerdoti durante i servizi religiosi.

L’Araldo è propriamente il rappresentante del "Signore" di cui porta il messaggio o le Armi, propriamente un "ufficiale dell’esercito": infatti si suppone che il termine derivi dal tedesco hariwalt (parola usata non prima del 1367, contenente appunto l’idea di "funzionario dell’esercito", composto appunto da Heri "esercito" e Waldan "essere potente"), da herold dall’antico hariowaldus attraverso la voce herault dell'antico francese (già nel 1285 lo si usava nella forma arcaica di hirau).

Il mondo medievale ha classificato diversi gradi di Araldi: in senso discendente troviamo innanzi tutto il Re d’Armi, poi l’Araldo vero e proprio ed infine gli Aiutanti degli Araldi o Postulanti (poursuivant ossia aspiranti alla funzione di Araldo) identificabili tra loro per il diverso modo di indossare la "cotta d’armi" decorata. L’iconografia medievale era solita raffigurare gli Araldi vestiti di una "cotta d’arme" o "sorcotto" decorata con gli emblemi o con dei badges riportanti i segni distintivi di colui che si doveva rappresentare. Questo permetteva di distinguere l’araldo dalle altre personalità di corte; disarmato, l’araldo era in un certo senso intoccabile, riconoscibile appunto per il suo modo di vestire gli era consentito, in caso di bisogno, attraversare le linee nemiche per portare ambasciate nel campo avversario senza rischio per la propria vita.

Solitamente l’Araldo era scelto tra la nobiltà, tra nobili privi di fortuna, altrimenti veniva nobilitato dal re stesso. Oltre alla funzione di rappresentare, necessitava una conoscenza delle regole di formazione e di disegno dell’Arma e dello Stemma nonché la conoscenza degli Stemmi di coloro che si presentavano in tempo di pace o che si affrontavano in tempo di Guerra o durante i tornei: questo comportava necessariamente una eccellente memoria ed una notevole capacità classificatoria.

Messaggero del proprio Signore, l’Araldo viveva a stretto contatto con il suo sovrano, pronto a trasmettere le sue istruzioni ed i suoi messaggi dopo aver attirato l’attenzione con tre squilli di corno o con il famoso "Or oyez, or oyez!"(Udite, udite!). Portatore delle insegne del proprio Signore, è colui che le presenta e le espone durante i cerimoniali, le custodisce e le depone sulla tomba il giorno della sua di morte.

Lo Scudo araldico

Neubecker nel suo Araldica scrive che lo scudo "fu la parte principale su cui comparve ciò che da principio fu chiamato semplicemente "segno" e che tosto fu riguardato come una figura dell’arme, distinto poi di conseguenza in figure araldiche e in figure comuni".

Lo scudo nasce fondamentalmente come difesa del guerriero, costituisce quindi l’oggetto che protegge l’uomo dagli attacchi, dalle "invasioni" che gli provengono dall’esterno.

In diverse culture lo scudo costituisce uno strumento rituale: è presente in più forme tradizionali come ad esempio attesta Tacito nella sua opera Germania, scritta intorno al 100 d.C., dove riferisce dell’uso di donare uno scudo durante i riti di passaggio dall’infanzia alla pubertà. Dal punto di vista simbolico, lo scudo mette in atto tutte le forze attribuite alle figure che vi sono rappresentate. Lo scudo è la simbolizzazione dell’Universo (nell’antichità infatti era in uso lo scudo rotondo: Omero riferisce che lo scudo che Efesto fabbrica per Achille ha raffigurazioni tra le quali la "Terra, il Cielo e il Mare, il Sole infaticabile e la Luna nella sua pienezza, e tutti gli astri di cui è coronato il cielo, le Pleiadi, le Iadi, la forza di Orione e l’Orsa - a cui si da il nome di carro - che gira, osservando Orione, e che, unica, non si bagna mai nelle acque dell’Oceano..." Iliade 18, vv. 478 seg.). Lo scudo rappresenta il "Cosmo", cioè l’"Ordine" che il guerriero oppone al suo avversario in quanto impersonificazione del "Disordine", del "Caos" che si oppone al "suo" Universo. Lo scudo del guerriero - così come il Marchio dei nostri tempi - è il Giusto contro l’ingiusto, è la sua proposta per il "bene" dei Popoli.

Lo scudo rappresenta allora propriamente il "limite" della persona; costituisce la protezione dall’"offesa" che gli può provenire da un attacco altrui; rispetto agli altri corrisponde al "mezzo di riconoscimento" per mezzo del quale può essere conosciuto; un aspetto questo che ben si addice al Marchio che da una parte è il mezzo di riconoscimento e dall’altro è, come si è visto, il "limite" di ciò che con ciò si rappresenta.

La forma dello scudo - diversa nelle diverse epoche - dipende in massima parte dalla funzione, quindi dalle esigenze di difesa e di uso delle diverse armi utilizzate dall’avversario. L’adattamento della "forma" asseconda la natura offensiva dell’altro e si adatta in funzione del rispetto dei propri "limiti".

Lo scudo antico, infatti, rappresentava spesso figure terrificanti, la "maschera" rituale che si oppone al nemico, un’arma psicologica, un mezzo apotropaico per incutere timore e sottomissione nell’avversario, un mezzo per imporre il proprio "territorio", quindi i propri "limiti"; così come per San Paolo è lo scudo della Fede che spegne i dardi infuocati del Maligno.

Perseo lucida il suo scudo a specchio e, senza poterla guardare, sconfigge la Medusa che specchiandosi si pietrifica per il terrore; tagliatale la testa fu posta sull’egida, ovvero sullo scudo di Atena al fine di terrorizzare chi volesse attaccarla; Mantegna dipinge La saggezza vittoriosa sui vizi rappresentante una Minerva che oppone il proprio scudo traslucido al vizio.

Una delle prime testimonianze di utilizzo araldico dello scudo la troviamo nei racconti irlandesi del ciclo del Mabinogion e precisamente nella Saga di Cu Chulainn dove si narra di guerrieri che possedevano scudi con "figure di animali intagliate" e, a quanto pare, diversi da guerriero a guerriero; da ciò lo scudo ha assunto nella letteratura irlandese medievale il valore metonimico e metaforico di guerriero, protezione, garanzia legale ecc.

Lo scudo è propriamente il "supporto" dell’emblema; l’azione di "levare gli scudi" nasce presso i Franchi per innalzare la persona del re prescelto, ponendolo sullo scudo; ed è proprio per questa identificazione, dello scudo con il potere, che la cultura medievale, secondo lo Sachsenspiegel (Lo specchio sassone), chiama le classi sociali con i termini di "scudi militari". Lo scudo rosso innalzato sull’albero della nave ha valore, secondo il testo dell’Edda, di dichiarazione di guerra: è cioè la "voce" del potere, il potere che comunica attraverso i segni.

Nel 1095 il papa Urbano II indice la prima crociata. I cavalieri partiti per liberare Santo Sepolcro, ponevano in diverse fogge la croce sulle proprie vesti; dal mantello allo scudo. Tuttavia la scienza araldica non si sviluppò nei territori oggetto delle crociate, bensì nei paesi in cui gli ordini cavallereschi nascevano e si sviluppavano; lo scudo, infatti, rappresenta uno degli attributi consegnati al nuovo cavaliere al momento della sua investitura.

Un esempio decisivo dell’acquisizione dell’arma araldica lo troviamo nei racconti medievali: Lancillotto riceve il giorno della sua investitura uno scudo d’argento dalla fata Viviana; in seguito alle sue imprese vittoriose aggiunge una prima banda, poi una seconda ed una terza che ne decora definitivamente lo scudo; Parceval acquista il suo scudo araldico dopo aver ucciso l’"Orgoglioso"; Galaad riceve direttamente dal cielo il giorno della sua investitura le Armi proprie della Milizia Celeste e di San Michele.

Prima della terza crociata, i comandanti delle diverse nazioni che avrebbero partecipato alla spedizione in Terrasanta, si riunirono a Gisors, in Francia, e stabilirono i colori della croci che avrebbero contraddistinto i diversi eserciti: rossa per i Francesi, bianca per gli Inglesi e verde per i Fiamminghi (la croce è mantenuta tuttora in tutte le bandiere delle nazioni scandinave, in ricordo certamente delle crociate).

Lo scudo, abbiamo visto, assunse nei diversi periodi fogge diverse, in funzione dei diversi armamenti e delle diverse tecniche di combattimento.

La sua nascita è confermata da Plinio nel suo Repertorio degli inventori attribuendola a Chalcus, nome che ricorda il bronzo (Calcós); lo scudo circolare chiamato aspís, fornito di baltea e di maniglia; il sácos ovale (misure ca. m. 1,40 x 0,70), lo scudo beota con curvature al centro che permettevano la vista del guerriero, la pelta piccolo scudo a forma variabile (circolare, ovale, frastagliato o mezza luna) utilizzato spesso anche come decorazione architettonica. Il mondo romano conosce, oltre lo scudo ovale, la parma circolare, piccola e maneggevole ed infine lo scutum sannitico, di notevoli dimensioni (ca. 1,20 x 0,80 cm.) lo scudo "rettangolare" dell’esercito romano che, proprio grazie ai suoi bordi rettilinei, permette una perfetta falange inventando il famoso schieramento a "testuggine".

Lo scudo normanno a "goccia", che dal popolo prende il nome in quanto ne diffuse la forma particolare fin dal XI secolo; segue nel XIII e nel XIV secolo la forma "triangolare"; il XV secolo oltre alla rotella, scudo circolare con punta che sostituisce il classico umbone, usato prevalentemente dalla cavalleria, vede nascere uno scudo dai lati rettilinei arrotondati nella zona inferiore chiamati "semirotondi" oppure scudi molto incavati, usati prevalentemente nei tornei, chiamati targhe in tedesco tartsche che presentavano a volte, sul lato sinistro di chi la guarda, una tacca per appoggiare la lancia (particolare che fece coniare la definizione di "scudo a tacca" - pur non essendo il classico scudo riferito come tradizionale dalla scienza araldica, la targa presentava sempre decorazioni, pitture araldiche ed anche scene di vita -.

Il ‘400 vede nascere in Italia (senza per altro diffondersi in Europa) lo scudo bucranio o a cranio di cavallo, il primo più tozzo ed il secondo più affilato.

Conseguenza di questa evoluzione formale fu la nascita dei cosiddetto targone o pavese o palvese, usato dalla fanteria, scudo particolare che aveva la possibilità di essere piantata terra, uno di fianco all’altro potevano creare vere e proprie muraglie difensive per la fanteria ed i balestrieri.

Nel XVI secolo si stabilizza l’uso dello scudo detto sannitico, o francese, i fianchi rettilinei, gli angoli inferiori arrotondati ed una punta al centro nella parte inferiore; fornito di guiggia che permette di spallarlo.

Oltre a questi tipi già elencati, l’arte araldica, soprattutto durante il periodo barocco, disegnò altri scudi, alcuni tra i quali ripresi dal mondo antico, tra i principali possiamo ricordare le parme, le rotelle, gli scudi perali, quelli accartocciati, le teste di cavallo, i clipei, le pelte, le cetre.

Colori e Tratteggio

I colori nell’arte araldica vengono chiamati metalli e smalti. Il numero di questi, relativamente ridotto, è limitato a sette (nove secondo l’opinione di Neubecker), e precisamente : i metalli, Oro (Giallo) e Argento (Bianco) e gli smalti, Rosso, Azzurro, Nero, Verde, Porpora (lo smalto Porpora è assai raro se non nella finitura di padiglioni, manti, cappelli ecc., così come gli smalti Cannellato o Tanné, l'Aranciato, il Lionato, il Sanguigno utilizzati particolarmente in Inghilterra - questi ultimi infatti non sono considerati da alcune fonti come antichi -).

La codificazione moderna sistematizzata dal gesuita Silvestro Pietrasanta (ca. XVI secolo ma affermata solo nel 1638) ha fatto sì che in assenza di una possibile riproduzione a colori si possano riconoscere gli stessi per mezzo di un tratteggio in francese hachures; così le diverse corrispondenze: Oro - punteggiato, Argento - senza tratteggio, Rosso - tratteggio verticale, Azzurro - tratteggio orizzontale, Nero - tratteggio del rosso + azzurro, Verde - tratteggio obliquo in banda, Porpora - tratteggio obliquo in sbarra, Aranciato - tratteggio del rosso + oro, Cannellato - tratteggio del rosso + verde.

Prima di tale data il sistema classico per identificare il colore in stampe o altre riproduzioni che non consentivano l’uso del colore consisteva nell’apporre l’iniziale del colore (alcuni le prime sette lettere dell’alfabeto, altri i primi sette numeri, altri ancora i nomi dei pianeti) corrispondente nella zona rispettiva.

I colori, considerati dal punto di vista simbolico, hanno sempre avuto nelle diverse scienze medievali la loro corrispondenza con tutte le scienze, con l’arte astrologica, i segni, le case, i sette cieli, quindi con i sette pianeti, i sette giorni della settimana, con le sette note musicali, le diverse parti del corpo (la corrispondenza del Microcosmo e del Macrocosmo era una nozione fondamentale dell’Ermetismo medievale), i quattro elementi, i numeri, con il simbolismo delle pietre preziose nonché con i metalli che hanno un simbolismo peculiare nella scienza ermetica: cosi l’Oro corrisponde al Sole ed al Topazio; l’Argento alla Luna ed alla Perla; il Rosso a Marte, al Rubino, al Ferro ed al Fuoco tra gli elementi; l’Azzurro a Giove, allo Zaffiro, allo Stagno, all’elemento Aria; il Nero a Saturno, al Diamante, al Piombo, all’elemento Terra; il Verde a Venere, allo Smeraldo, il Rame, all’Acqua come elemento; il Porpora al pianeta Mercurio, all’Ametista, ed al Mercurio come metallo naturalmente.

Un trattato di G.A. Böckler del 1688 riferisce che l’oro o il giallo significano virtù, intelligenza, stima e maestà; il rosso "ardente desiderio di virtù" e un "cuore rassegnato alla volontà di Dio, pronto a versare il proprio sangue per la Sua parola"; l’azzurro simbolizza fedeltà, scienza e "sincero raccoglimento nei confronti di Dio"; il nero "tristezza, umiltà, sfortuna e pericolo"; il verde significa invece libertà, bellezza, gaiezza, salute, speranza e dolcezza; il porpora o il viola identificano "l’abito regale" ecc.

Ugualmente gli abiti liturgici assumevano simbolicamente il colore come linguaggio significante. Il simbolismo cromatico sviluppato dall’arte cristiana medievale identifica il bianco con il Padre, il blu/azzurro con il Figlio, il rosso con lo Spirito Santo; il verde alla Speranza, il bianco alla Fede, il rosso all’Amore ed alla Carità, il nero alla Penitenza ed il bianco alla Castità.

La Cabala ebraica identifica i colori alle Sefirot del corrispondente albero sefirotico. Conosciuta la struttura essenziale del simbolo cabalistico osserviamo che il colore Bianco corrisponde alla colonna di destra che contiene le sefirot Chochman (Saggezza), Chesed (Grazia), Netzah (Vittoria); il Rosso alla colonna di sinistra che contiene Binah (Intelligenza), Geburah (Forza), Hot (Gloria); il colore Azzurro corrispondendo alla colonna centrale interessa Kether (Corona), Tiphereth (Bellezza), Iesod (Fondamento); il nero infine corrisponde a Malkuth (Regno).

Neubecker fa notare come in uno stemma non debba mai mancare l’oro o l’argento e - nelle versioni più sofisticate - il giallo e il bianco. Per questi ultimi due, chiamati metalli come già visto, la regola vuole che siano sempre alternati con i colori nel senso stretto del termine e viceversa (eccezione era fatta per il Re di Gerusalemme al qual era consentito di portare una croce d’oro su argento).

Tra le possibilità decorative dello scudo araldico troviamo due particolari gruppi: le pellicce e le damascature.

Le pellicce sono, in termini araldici, i disegni codificati e stilizzati da apporre sul campo dello scudo. L’araldica ne ha codificate alcune: l’armellino, il contrarmellino, l’armellinato d’oro, il contrarmellinato d’oro, le pelli di vaio, il vaio, il controvaio, il vaio potenziato ed il vaiato.

L’armellino ed i suoi derivati dono disegni del campo formati da una texture di moscature, fiocchetti di pelo o punte della coda del omonimo animale: è noto come la pelle di ermellino fosse utilizzata esclusivamente per le persone di alto rango.

Il vaio, invece è una sorta di foderatura regolare formata da quattro file di figure a forma di campanella: è da notare, come nel caso dell’ermellino, che il vaio, tratto dalla martora zibellina rat musqué, fosse considerata pelliccia molto pregiata ed indossata esclusivamente da personaggi di spicco.

Il damascato o rabescato o diasprato corrisponde allo scudo decorato con figure decorative o arabescate eseguite con uno smalto differente o con un metallo.

Le parti dello Scudo - Partizioni e Ripartizioni

Anche la posizione dello scudo assume un certo valore: è assai frequente, infatti, osservare scudi inclinati a sinistra, usanza questa che attesta una certa antichità (si tenga conto che nel linguaggio araldico la destra dello scudo è la sinistra dell’osservatore e viceversa). Si dice accollato uno scudo la cui punta tocca la punta di un altro o sono uniti sotto la stessa corona.

I lati sono chiamati nei seguenti modi: il capo in alto, la punta in basso, fianco destro e fianco sinistro.

La partitura propriamente indica la divisione verticale del campo; la troncatura o spaccatura indica la divisione orizzontale. Così un campo partito di due e spaccato di due apparirà come nella figura diviso in nove punti, un campo partito di due e spaccato di quattro apparirà come nella figura diviso in quindici punti, un campo partito di tre e staccato di tre forma uno scudo in sedici punti ecc.

L’esigenza di codificare la scienza araldica, ha reso necessario la divisione dello scudo in parti chiamate propriamente punti dello scudo determinate dalle diverse partiture e spaccature o troncature: la Consulta Araldica adotta la divisione così come si presenta nella figura, mentre Menestrier adotta, ripreso dallo stesso Tribolati, il caso della figura.

Nel primo caso i punti verranno così definiti: A cuore, abisso, punto del cuore, B capo, punto del capo, C punta, D fianco destro, E fianco sinistro, F angolo destro del capo, G angolo sinistro del capo, H angolo destro della punta, I angolo sinistro della punta, L posto d’onore, M ombelico.

Nel secondo caso avremo, invece, la seguente elencazione: A canton destro del capo, B punto del capo, C canton sinistro del capo, D punto destro del punto d’onore, E punto d’onore, F punto sinistro del punto d’onore, G fianco destro, H cuore o abisso, I fianco sinistro, L bellico, M punto sinistro del bellico, N destro canton della punta, O punta, P canton sinistro della punta, sotto al punto O vi è la punta bassa o infima.

I quarti sono le porzioni quadrangolari, uguali tra loro, determinate da questa suddivisione: questi hanno permesso, in epoca non troppo antica, di codificarsi nei cosiddetti inquadramenti, partizioni determinate che consentirono la somma di più armi dovute ad alleanze tra casate, a concessioni feudali, matrimoni, pretensioni ecc.: questo sistema permise così di esporre l’arma gentilizia e successivamente le armi "acquisite".

Il fondo dello scudo è detto campo (con la evidente allusione al campo di battaglia su cui i cavalieri collocavano le proprie imprese); quando il campo è composto da un solo colore è detto pieno. Quando il campo è diviso si dice che il campo è partito: queste partizioni possono essere semplici quando sono definite da una linea sola e composte o ripartizioni quando sono determinate da più linee.

Le partizioni semplici sono: il partito, lo spaccato, il trinciato, il tagliato, l’addestrato ed il sinistrato.

Le ripartizioni composte sono invece numerosissime: spaccato - semipartito, semipartito - spaccato, partito - semispaccato, semispaccato - partito, quando il campo è diviso in tre parti può essere interzato in palo, in fascia, in banda, in sbarra, in pergola, in pergola rovesciata, in calza, in mantello.

Si chiama inquadrato quando è diviso in quattro parti per mezzo di una linea orizzontale ed una verticale, oppure se diagonali si chiamerà inquadrato in croce di Sant’Andrea o in decusse. Tribolati nella sua Grammatica Araldica elenca altresì alcune partizioni straordinarie, così chiamate per l’andamento complesso delle sue linee; ne riportiamo alcuni esempi.

Ancora, le linee di partizione possono assumere fogge diverse per cui si chiameranno nei diversi casi: dentate, scalinate, inchiavate, increspate, innestate, merlate alla guelfa, a coda di rondine, potenziate, nodose, vaiate, a fiamma, a punta d’abete, a ramo d’abete, trifogliato, gigliato, merlettate, nebulose, ondate, scanalate, spinate, ecc.

Le Pezze onorevoli - Le Figure

Le pezze onorevoli sono propriamente le figure elementari, le più antiche e quindi le più nobili (da ciò il termine onorevole). I diversi araldisti ne considerano un numero differente, tra le quali le principali sono: il partito, lo spaccato o troncato, l’inquadrato, l’inquadrato in Croce di Sant’Andrea, lo spaccato - semipartito, il semipartito - spaccato, il partito - semispaccato, lo semispaccato - partito e gli interzati già visti nel paragrafo dedicato alle partiture.

Altre pezze onorevoli sono: il trinciato, il tagliato, il capo, la punta, il palo, la fascia, lo scaccato, i punti equipollenti, il grembiato, il fusato, la croce, la Croce di Sant’Andrea o decusse, la banda, la sbarra, lo scaglione o capriolo, il cantone, la bordura, la cinta.

Partizioni convenevoli

Le partizioni convenevoli sono ulteriori partizioni che, pur partendo dalle figure già individuate, spartiscono lo scudo moltiplicando le partizioni.

Queste partizioni sono: il fasciato, il palato, il bandato, lo sbarrato, il burellato, il verghettato, il cotissato, il contracotissato, il capriolato, il grembiato, lo scaccato, il losangato ed il fusato.

Le Figure araldiche

Esistono sette figure araldiche ordinarie: la losanga o rombo, figura quadrangolare con due angoli acuti e due angoli ottusi, nelle sue versioni piena, forata e incorniciata. Il fuso simile alla losanga ma di forma più allungata. Il bisante, il cui nome deriva dai bisantini, monete coniate a Bisanzio, di forma circolare di foggia metallica; le torte o tortelli come i bisanti ma realizzati con smalti, oppure la variante bisante-torta o la torta-bisante che divide la figura in parti uguali di metallo e smalto e viceversa. Il plinto di forma rettangolare, vuole alludere al materiale di costruzione. Il lambello (chiamato in Italia rastello o rastrello) deriva dal gallico label, nodo formato con nastri da appendere all’elmo, introdotto in Italia nel 1265 da Carlo d’Angiò, è una figura araldica particolarmente nobile e viene posta sempre sul capo dello scudo. L’anelletto, figura a forma di cerchio o anello sempre moltiplicata negli scudi, al contrario del ciclamoro sempre unico di forma simile al precedente ma più grande, così come le armille o circoli concentrici anelli di grosse dimensioni disposti concentricamente. Il quadro è un quadrato isolato nello scudo, pieno o vuoto a cornice così come il triangolo. Il crancelino è una figura a banda arcuata ornata di foglie. La potenza o tau è ovviamente una figura a forma di T, mentre la semipotenza elimina un braccio ed assume forma di squadra. Il raggio di carbonchio viene rappresentato come raggi gigliati di una ruota. Infine le mandorle pelate chiamate dai francesi otelles.

Le Figure naturali, artificiali e fantastiche

Esistono numerose figure araldiche che possiamo classificare come naturali che appartengono ai diversi regni: al regno minerale quali pietre, le gemme ecc.; al regno vegetale quali foglie, alberi, fiori; al regno animale nel caso di leoni, aquile, orsi, uomini o parti di esso, come nel caso di mani, braccia ecc.; nonché quello "celeste" allorché si raffigurino stelle, lune o soli.

Alla tipologia delle figure artificiali (nel senso di fatte ad arte), appartengono disegni quali oggetti, strumenti del mestiere, armi di guerra, emblemi del potere, simboli grafici e geometrici, simboli religiosi ecc.

Infine le figure fantastiche, prevalentemente animali quali, chimere, uccelli del paradiso, grifoni, draghi, licorni, ecc.

Chiaramente tutte queste figure venivano rappresentate con di uno stile cosiddetto "araldico" per mezzo del quale le figure assumevano configurazioni "tipiche" o meglio sarebbe dire "topiche", codificate cioè in schemi fissi e geometricamente rigorosi.

Il leone: è la figura araldica appartenente al regno animale più utilizzata.

Assimilato al sole - il simbolismo dell’antico Egitto raffigura il leone con il disco solare sulla testa e lo fa corrispondere alla divinità Ra - leggende medievali riferivano della possibilità dell’animale di guardare fissamente il sole senza abbagliarsi; per i Greci, la criniera del leone, nelle rappresentazioni del sole a faccia leonina, fu l’emblema dell’irraggiamento solare.

Il leone è figura tutelare della porta, dell’accesso ad un luogo sacro o di dignità. Dorme nella sua caverna con gli occhi aperti "Così dorme sulla croce il corpo del mio Signore, ma la sua divinità veglia alla destra di Dio, del Padre"; così come Guillaume di Normandia nel suo Bestiaire Divin canta "Quand cest lion fut en croiz mis /...En la saincte croiz s’endormi; / Si que la deité veilla" (Quando questo leone fu messo in croce /... E sulla croce si addormentò / la sua divinità vegliava); oppure secondo la lezione riferita da Alciato nelle sue Poesie latine: "Est leo, sed custos, oculis qui dormit apertis; Templorum idcirco ponitur ante fores" (E’ un leone ma anche custode, perché dorme con gli occhi aperti; ed è per questo che vien posto davanti ai templi); anche Il libro del tesoro di Brunetto Latini dice che "tutti i leoni tengono gli occhi aperti quando dormono" oppure il Bestiaire di Pierre de Beauvais "quando dorme, i suoi occhi vegliano e sono realmente aperti, così come nel Cantico dei Cantici testimonia lo sposo, che dice: "Io dormo, ed il mio cuore veglia"; oppure il Borromeo, nel XVI secolo, durante il IV° concilio provinciale di Milano, consiglia di ornare le porte delle chiese con la figura del leone, per ricordare la dovuta vigilanza a coloro che hanno in carico le anime degli uomini.

Bestiari medievali (cfr. i bestiari di Abailard o di Guillaume de Normandie, ecc.) cantano che la leonessa dando al mondo i piccoli li partorisce morti e veglia presso loro, il terzo giorno il padre viene e gli soffia sul muso per resuscitarlo (con evidente riferimento simbolico alla morte e resurrezione di Cristo); Guillaume infatti scrive: "Quant la femele foone / Le foon chiet a terre mort; / De vivre n’aura ia confort, / Iusque le pere, au tierz iior / Le souffle et leche par amor; / En tel maniere le respire, / Ne porreit aveir autre mire" (Quando la leonessa partorisce, il suo piccolo cade a terra, muore; non avrà la forza di vivere, finché il padre, il terzo giorno, lo riscalda con il suo soffio, e lo lecca con amore; in questa maniera, lo rianima. Nessun altra medicina può far nulla).

Il leone è anche il simbolo della doppia natura, divina e umana, del Cristo: la testa, il collo, il petto e le zampe anteriori raffigurano la potenza e la forza della divinità, mentre la parte posteriore più esile ha il ruolo di sostegno ed in relazione alla natura terrestre (l’araldica raffigura, infatti, il leone rampante alzato sulle due zampe posteriori, oppure le raffigurazioni duali di animali fantastici quali i centauri, grifoni ecc.), cosi come scrive Piero Valeriano: Anterioribus partibus cœlestia refert, posterioribus terram; anche nel suo Bestiaire, Filippo di Taun, "Force de Deité / Demustre piz carre; Le trait qu’il a derere, De mult gredle manere / Demustre Humanité / Qu’il out od deité" (La forza della Divinità dimora nel suo largo petto; nella parte posteriore, fatto di gracili maniere, dimora l’umanità, che sta con la divinità); essendo la forza un suo attributo, la sua immagine diventa insegna delle legioni romane.

Simbolo di regalità e di potenza, il leone è preso da tutte le tradizioni come simbolo di superiorità: la divinità Sekhet dell’antico Egitto è raffigurata con testa leonina; Alessandro il Grande lo vediamo raffigurato vestito di una pelle di leone; così viene descritto il Cristo da un Vegliardo che disse all’apostolo Giovanni: "non piangere! Ecco che ha vinto il Leone della tribù di Giuda, il rampollo di Davide, per aprire il libro e i sette sigilli" (Apocalisse, V, 5); l’evangelista Marco viene rappresentato con l’immagine del leone in quanto fu lui che fece sentire il ruggito del leone nel deserto; Alì, il quarto califfo e genero di Maometto, è il "leone di Allâh"; Krishna, nel testo sacro Bhâgavad Gîtâ, il "leone tra gli animali"; il Buddha è il "leone degli Shakya" che "ruggisce col ruggito del leone".

Simbolo di giustizia, il leone adorna il trono regale, dodici leoni descritti dal primo Libro dei Re adornavano il trono di Salomone, così per i re di Francia, e le cattedre vescovili medievali; le sedute dei tribunali ecclesiastici, durante il medioevo, venivano svolte sul sagrato delle cattedrale, davanti ai portali raffiguranti leoni in pietra, da qui l’adagio latino inter leones et coram populo, tra i leoni ed il popolo riunito.

La forza è il suo attributo principale, la sua immagine diventa insegna delle legioni romane, emblema per ciò della tribù di Giuda, da cui il titolo dell’Imperatore di Etiopia di Leone di Giuda; il leone è figura tutelare della porta, dell’accesso ad un luogo sacro o di dignità ed è per ciò assai frequente ritrovare nel medioevo figure di leoni presso le porte di chiese e cattedrali.

Considerato "re degli animali", il leone non ha, tuttavia, potestà sul mondo degli uccelli, ed è forse per questo che nacque una sorta di contrapposizione e di antagonismo con la rappresentazione dell'aquila assunta come figura dal potere imperiale.

Il leone nasce, nell’araldica tedesca, nella tipica posizione detta zum Grimmen geschickt passando al francese lion rampant dal latino rapere (predare) e non rampere (arrampicarsi) tradotto in italiano come rampante.

La rappresentazione assume significati differenti nel caso in cui l’animale sia raffigurato rivoltato o di profilo, (leone) con folta criniera o di fronte in maestà (leopardo), con criniera praticamente assente, ecc.; sul tema francese l’araldica italiana conosce queste differenziazioni generali: leone che corrisponde al leone rampante, leopardo che corrisponde al leone passante e posto di fronte, leone leopardito leone passante di profilo ed il leopardo illeonito che si riferisce ad un leone rampante e posto di fronte.

L’aquila

Così come il leone rappresenta il "re degli animali", l’aquila rappresenta il "re degli uccelli"; gli attributi di forza, rinnovamento, contemplazione, perspicacia, natura maestosa sono i suoi principali attributi, gli stessi che l’antica mitologia attribuiva a Zeus e Giove.

Dionigi Aeropagita scrive: "la figura dell’aquila indica la regalità, la tendenza verso le cime, il volo rapido, l’agilità, la prontezza, l’ingegnosità nello scoprire i cibi fortificanti, il vigore di uno sguardo teso liberamente, direttamente e senza distrazioni verso la contemplazione di quei raggi di cui la generosità del Sole tearcico moltiplica l’irraggiamento".

Volando dalle estremità del mondo l’aquila si ferma sulla verticale dell’Omphalos di Delfi ovvero sull’asse del mondo -. Uccello celeste, il suo volo veniva interpretato dall’indovino per mezzo della sua arte mantica per trarre auspici - da aves spicere "osservare gli uccelli" -, il "linguaggio" del loro volo e del loro canto veniva interpretato dal divinus l’"interprete degli dei" che poteva vedeva negli uccelli un simbolo angelico (angelos), cioè dei "messaggeri".

Una delle proprietà principali dell’aquila è quella di poter fissare il sole senza esserne abbagliata: ciò a fatto nascere il simbolismo legato alla capacità di contemplare i misteri celesti e spirituali, quei misteri che non tutti possono conoscere per loro incapacità - bisogna ricordare che l’aquila è l’emblema di San Giovanni evangelista, a cui è attribuita l’Apocalisse -. Uccello dalla vista penetrante viene assimilato all’"occhio che vede tutto", all’occhio di Dio: le ali dell’aquila viceversa le sue ali vengono identificate alla preghiera che innalza l’anima a Dio - cfr. i Bestiaires di Pierre de Beauvais, di Guillaume di Normandia, Il libro del tesoro di Brunetto Latini, ecc. -.

L’aquila porta i propri piccoli che non hanno ancora imparato a volare ad alta quota per insegnargli fin da giovane età a fissare il sole; questo è il simbolo dell’ascensione celeste dei novizi incamminati sulla via spirituale, verso la conoscenza della luce spirituale sotto la guida di un maestro: Angelo Silesius scrive che "L’aquila guarda senza timore il sole bene in faccia... e tu puoi guardare la luce eterna, se il tuo cuore è puro".

Simbolo solare, le sue piume adornano il copricapo degli indiani d'America per ritualizzare l’identificazione con l’astro.

Un’altra caratteristica peculiare che fa dell’aquila un essere superiore, è quella di volare ad altezze superiori rispetto a tutte le altre specie di uccelli tanto da diventare il simbolo angelico e celeste; allegoria dell’ascensione del Cristo, del profeta Elia, re babilonese Etana libera l’aquila dal serpente la quale in segno di riconoscenza lo trasporta in cielo, lo sciamano dopo aver fatto la danza rituale, sviene e viene portato in cielo su una barca trainata da aquile. L’aquila, infatti, è il simbolo e rappresenta uno dei mezzi più frequenti per le ascensioni celesti: lo attesta la funzione dello psicopompo narrata nel mito di Ganimede.

Come simbolo di Adamo, l’aquila vola in alto ma si lascia cadere quando vede al suolo da mangiare, così Adamo che godeva dell’elevazione della contemplazione celeste, cade per mangiare il frutto proibito.

Il simbolismo dell’ascesa e della discesa, da un punto di vista diverso, viene ad assumere un significato differente e precisamente quello della rigenerazione - il salmo CII canta così: "e tu rinnovi qual aquila la tua giovinezza" (simbolismo attestato dalla scienza ermetica medievale e successiva): l’aquila si eleva così vicino al sole che le sue penne e la sua carne arrivano al punto di consumarsi, a questo punto l’aquila ritorna sulla terra e tuffando si tre volte in una fontana o in una fonte di acqua pura - cfr. la fontana di giovinezza, o le diverse fonti della vita - viene rigenerata e ringiovanisce fino ad riacquistare il suo antico splendore - cfr. i Bestiaires di Pierre de Beauvais, di Giullaume di Normandia, Il libro del tesoro di Brunetto Latini, ecc. -.

La sua capacità di cacciare i serpenti, ha contribuito a formare il simbolo della vittoria sul male da parte del bene dell’essere celeste - si può anche individuare il simbolismo macrocosmico della contrapposizione Cielo/Terra; l’induismo identifica Garuda, uccello solare come cavalcatura celeste di Vishnu, a Nagârî, (nemico del serpente) o a Nâgântaka (distruttore di serpenti), anche le antiche tradizioni americane rappresentano il Quetzalcohuatl, simbolo dell’aquila che afferra un serpente con i suoi artigli, ripreso anche come insegna dello stato messicano.

Nel simbolismo massonico ritroviamo l’aquila nell’insegna del 33° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato: nel presente caso l’aquila bicipite è coronata e tiene con gli artigli una spada, il tutto è completato dal motto "Deus meumque ius" (Dio è il mio diritto); nell’antico Egitto la stessa teneva tra gli artigli un globo simboleggiante il mondo.

In araldica l’aquila viene raffigurata, il più delle volte, con uno stile grafico schematico, non naturale; l’aquila si presenta innalzata, con le ali aperte in schema simmetrico.

Louis Charbonneau-Lassay nel suo Le Bestiaire du Christ raffigura un sigillo del XIII secolo con l’immagine di un’aquila ad ali spiegate inscritta in una croce, questo, riferisce, sul modello di alcune raffigurazioni longobarde risalenti all’VIII secolo, vuole individuare uno dei primi esempi di raffigurazione araldica dell’aquila nella posizione che assumerà, in seguito, enorme fortuna.

Ciò che consentì e facilitò la raffigurazione la raffigurazione bicipite (nata in occidente forse per identificare nella stessa persona l’"imperatore romano-tedesco" e di "re tedesco" ma utilizzata certamente dagli antichi popoli precolombiani, in Asia Minore, dalle tradizioni sciamaniche dell’Asia centrale); Ottone IV imperatore romano-germanico dal 1198 al 1218, introdusse nel suo sigillo un’aquila bicipite; l’imperatore Sigismondo nel 1401 impose solo per sé l’emblema dell’aquila bicipite ordinando l’aquila monocefala per gli altri potentati (tra cui anche la casata degli Hohenstaufen); usata certamente nell’antico Oriente divenne quindi nel 1433 emblema dell'imperatore romano-germanico fino al 1806, dell’impero austro-ungarico fino al 1919 e della Russia Zarista fino al 1917, del regno serbo - il trovatore Reinmar von Zweter assumeva sulla propria arme un’aquila tricipite -.

Questa aquila bicipite, oltre ai significati ordinari, può assumere un senso più profondo se interpretata come raffigurazione adattata del simbolismo di Janus bifrons, Giano dalle due facce, colui che può guardare al passato con un viso e al futuro con l’altro, all’interno e all’esterno dell’essere, guardiano delle porte sorveglia sui due mondi, il mondo terrestre e quello spirituale ed apre la porta alla via degli uomini e a quella degli dei o degli eroi, simbolo del potere che si esercita nella sfera spirituale e quella temporale, e regna sui due mondi, l’oriente e l’occidente.

Le qualità vennero quindi prese come insegne per le casi regnanti europee: già Carlo Magno a seguito della sua incoronazione nel 800 assunse l’aquila come emblema elevandola sul proprio palazzo di Aquisgrana; in seguito divenne insegna anche per i duchi di Baviera, Slesia e Austria, i margravi del Brandeburgo e i re polacchi, la casa Hohenzollern assunse l’aquila in una forma naturalistica.

Tutte le sue qualità - qualità che lo studioso araldico A.G. Böckler nel 1688 ritrovò nella relazione etimologica del nome stesso aquila (Adler) con nobiltà (Adel): "Dall’aquila (Adler) dell’imperatore discende la nobiltà (Adel) tedesca; per cui, se non c’è l’aquila non c’è neppure nobiltà. L’aquila dell’imperatore è la migliore difesa della nobiltà, l’ombra delle ali è attributo soltanto della nobiltà" e ancora "L’aquila è quello tra i pennuti del re che può fissare il Sole con occhi severi, non perde mai la sua presa, ringiovanisce, può volare più in alto di tutti, e dagli auguri di ogni tempo è ritenuto un segno della futura vittoria. E siccome fu Romolo a vedere per primo un’aquila sull’Aventino, e a considerarlo un segno augurale, per questo egli fece sempre precedere l’esercito da un’aquila anziché da uno stendardo. Ci sono sei tipi di aquile, e tutte si nutrono di rapina, ma solo le più piccole e le più cattive aggrediscono il cadavere. L’aquila non rappresenta la maestà imperiale ma l’emblema dell’Impero Romano. L’aquila in campo dorato indica il Signore Iddio, la cui stella brilla chiaramente, che dà pace e da cui proviene ogni timore".

Elmi, Cimieri e Svolazzi

Nel 1275 Raimondo Lullo scriveva nel suo Libro dell’ordine della Cavalleria che "al Cavaliere si dà l’elmo, ciò che significa la vergogna del disonore, senza la quale, non può essere obbediente all’Ordine della Cavalleria. E come la vergogna fa sì che l’uomo pieghi la testa e guardi a terra, così l’elmo difende dalle cose (troppo) alte, e rivolto a terra, ed è cosa che sta in mezzo, fra l’alto e il basso. E come l’elmo difende la testa, che è la parte più alta e più nobile dell’uomo, così la vergogna impedisce al Cavaliere di abbassarsi a vili azioni e d’inclinare la nobiltà del suo cuore alla malizia, all’inganno ed a qualche altro cattivo costume.".

Il conte Goffredo d’Angiò, chiamato Plantageneto, fu chiamato "pianta di ginestra" (planta genista) per l’abitudine di portare un ramo di questa pianta sull’elmo.

In questa citazione possiamo intravedere due elementi propri ed assimilati dall’araldica: l’elmo (forse dal gotico hilms) ed il cimiero (dal francese cimier dal radicale cime, in tedesco Schirmbrett o "tavola di riparo").

Il primo appartiene al cavaliere in quanto fa parte della sua armatura e ne identifica il grado e la funzione, il secondo lo contraddistingue per mezzo di un oggetto solitamente posto sulla sommità dell’elmo altrimenti una con figura dipinta o decorata su uno dei fianchi o posteriormente all’elmo.

I primi elmi conosciuti sono in pelle animale: solo la successiva scoperta della lavorazione dei metalli ha sviluppato l’elmo conosciuto per fonte omerica sotto il nome di kórus.

La comune calotta metallica con paranuca e barbozzali dei soldati romani chiamata galea viene sostituita per gli ufficiali da un elmo con cimiero detto crista

Oltre a questo, il medioevo conosce altri tipi di elmo: l’elmo normanno o conico del XII secolo seguì l’elmo detto tinare o pentolare tipico del XIII e del XIV secolo, composto di più piastre e una fenditura di fogge diverse per permettere la visibilità, posti generalmente su scudi triangolari; la sua evoluzione da luogo all’elmo a bigoncia, si allunga il barbotto, la parte inferiore, per dar modo di appoggiarsi all’armatura e di fissarsi dapprima con nastri, poi con viti, la visiera diventa mobile e nasce quindi lo Stechhelm (dal nome tedesco dello Stechen, torneo alla lancia). Troviamo successivamente l’elmo chiuso del XV e XVI secolo, più elegante del primo, ha una forma sferica nella parte superiore e a punta nella visiera anteriore, posizionato su scudi triangolari o targhe. In seguito l’arte militare produce un elmo chiamato graticolato tipico delle epoche successive, arrotondato sia nella parte superiore che in quella anteriore della visiera, visiera alleggerita e composta solamente da una serie di affibbiature, posto sugli scudi semirotondi o i successivi.

L’avvento delle armi da fuoco ha snaturato la fisionomia tipica dell’elmo studiato per proteggere dal lancio di frecce e dai fendenti delle spade; alleggerito, assume la tipica forma di cappello di ferro, cappello d’armi, celata, morione, borgognotta (in francese salade, così altri tipi di elmo prendono il loro nome da stoviglie, come ad esempio la bigoncia, il pentolare, a paiolo, a bacino) può proteggere dai fendenti ma facilitare il movimento e la respirazione; questa tipologia, la celata, non si adattò però all’uso araldico, forse per la difficoltà di cimare lo scudo non avendo in sé un appoggio.

 La posizione ordinaria dell’elmo rispetto allo scudo, detta cimatura, è sopra il capo e visto frontalmente oppure, quando lo scudo si presenta inclinato (posizione che sembra essere la più "naturale" quando scudo ed elmo vengono appesi al muro dopo essere stati utilizzati), sopra l’angolo destro visto di profilo; generalmente uno solo per ogni scudo, raddoppiavano per la presenza di più scudi nella stessa arma; oppure se più elmi erano posizionati sullo stesso scudo, di due il principale sempre sulla destra, di tre lo stesso al centro.

La codificazione della tipologia dell’elmo, significante il grado sociale, è molto rigorosa: partendo dal grado di Imperatore e Re fino ad arrivare a quelle persone, non nobili, con diritto d’arme, gli elmi si differenziano per il metallo con cui sono prodotti, i ceselli delle decorazioni dell’elmo e della relativa gorgiera - su questa spesso veniva riprodotta l’immagine dello scudo -, la fattura della visiera ed il grado di apertura della stessa.

Abbiamo incontrato all’inizio del paragrafo la figura del cimiero: questa viene ripresa il più delle volte, sullo scudo, sul mantello, sulla gualdrappa del cavallo sulla bandiera ecc., altre volte raffigura un elemento ornamentale senza particolare riferimento all’insegna dello scudo.

Considerato quasi come documento di identità, certamente l’elmo cimato doveva rappresentare la "patente" di idoneità alla partecipazione al torneo: l’araldo che non ne riconosceva la validità (secondo le regole proprie al torneo stesso) poteva escluderlo o come riferisce un testo medievale "si guardano cosi gli elmi e a chi non è ritenuto abile, si chiede di togliersi il cimiero, affinché non incorra nell’ignominia".

Anticamente il cimiero poteva costituirsi in figure umane o parti (specialmente dal busto in su vennero chiamate "nascenti" in cui erano presenti le braccia, oppure cosiddette "testa e collo" limitandone la raffigurazione essendo senza braccia), animali ed animali simbolici, loro parti come corna, piume, penne di uccelli (raffigurazioni chiamate "voli") ecc., può essere costituito da elementi vegetali quali foglie, rami - è curioso notare come l’antichità usasse questi elementi vegetali come segno di riconoscimento e di distinzione, oggigiorno sempre messi sugli elmetti hanno lo scopo di dissimularsi - ecc.

Già gli antichi greci avevano compreso l’utilità di un rinforzo funzionale nella zona superiore dell’elmo decorato con una cresta (in Inghilterra è mantenuto il termine crest per identificare il cimiero) di crini di cavallo, così i romani, fino all’era moderna con il famoso "chiodo" dell’elmo dell’esercito austro-ungarico.

Gli altri elementi che decorano l’elmo araldico sono i lambrecchini o svolazzi e il cercine.

I lambrecchini possono essere costituiti da nastri, stoffe o panni volanti a mantella, spesso a bordi frastagliati, elementi vegetali come fronde, foglie ecc. Originalmente posti solamente nella parte posteriore dell’elmo, in seguito cadranno ai suoi fianchi. Nati, forse, per proteggere l’elmo dal sole, o dall’umido, acquistarono in seguito un posto importante nella codificazione delle leggi araldiche, arrivando soprattutto nell’epoca dell’araldica "teorica" (per "araldica pratica" di deve intendere il periodo d’oro, in cui l’araldica era l’applicazione emblematica dell’uso delle armi sul campo), per esempio in epoca barocca, alla produzione di lambrecchini improbabili per il loro uso effettivo in battaglia o in torneo.

Il cercine o burletto è invece un rotolo di nastri solitamente dei colori dello scudo che ha la funzione di tenere assemblati e fermi l’elmo, il cimiero e gli svolazzi.

La Corona come segno di dignità

Anche la corona costituisce un segno araldico particolare. Essa costituisce, come d’altro canto tutti gli altri elementi presenti in araldica, un segno di riconoscimento del rango, del grado di colui che la espone nella propria arma.

Sacken afferma, al contrario delle regole approvate dalle Consulte, che la corona di dignità non può essere posta sopra l’elmo: la corona di rango deve essere posta sopra al margine superiore dello scudo e bisogna evitare di collocare anche l’elmo.

Ci basti qui richiamare l’attenzione sul fatto che è la diversa forma della corona che differenzia il grado di funzione e di nobiltà così come raffigurato.

L’argomento della corona non sarà trattato qui più diffusamente in quanto lo stesso è già stato approfondito nel capitolo intitolato "Attributi, Funzioni e Simboli del Potere".

L’araldica ecclesiastica

Anche la Chiesa, fino ad oggi ha praticato l’arte araldica per facilitare il riconoscimento, quindi comunicare, grado e funzione dei propri rappresentanti.

La gerarchia rigorosa della Chiesa ha certamente facilitato il compito dei diversi araldisti che si sono succeduti ad una codificazione unitaria degli stemmi ecclesiastici.

Da notare subito la scomparsa dell’elmo, in sé non essenziale allo stemma ed in quanto oggetto tipico dall’armamento militare, ma non dello scudo necessario all’arte araldica stessa, senza il quale avremmo qualcosa di totalmente diverso.

Lo scudo in sé riprende, nella maggior parte dei casi, lo stemma di famiglia, mentre in sostituzione dell’elmo vi si raffigurano i copricapo a tesa larga che distinguendosi per foggia e per colore identificano le diverse gerarchie ecclesiastiche. A questi si aggiungono, con il medesimo significato, tipi diversi di cordoncini e ordini di nappe di colori e numero diversi, pastorali, croci ed altro.

Solo il Pontefice ha l’esclusiva di raffigurare nella propria insegna una "corona", cioè, precisamente, la tiara o triregnum - in quanto la sua potestà agisce sul regno terrestre, lo psichico e lo spirituale (il corpo, l’anima e lo spirito) oppure, secondo un altro significato, perché domina sul Cielo, sulla Terra e negli Inferi, o ancora in quanto simbolo della Chiesa sofferente, combattente e trionfante -.

Al di sotto sono collocate le due chiavi di S. Pietro. Già simbolismo romano, attributi di Giano bifronte, le sue chiavi aprono le porte solstiziali, cioè l’accesso del sole alle sue fasi ascendente e discendente: sono solitamente una d’oro e l’altra d’argento. Le chiavi chiudono e aprono, in alchimia corrispondono alle azioni del solve et coagula, analogamente all’azione e al potere di sciogliere e legare (sottinteso le anime) come riferito dal detto evangelico in Matteo (16,19,).

Ancora, la prima simbolo dell’Autorità Spirituale apre le porte del Paradiso Celeste, la seconda simbolo del Potere Temporale conferisce la dignità del raggiungimento del Paradiso Terrestre: secondo la terminologia ermetica la conoscenza dei Grandi Misteri della Scienza Sacerdotale e dei Piccoli Misteri propri all’Arte Reale.

Abbiamo citato precedentemente le cordicelle. La corda è ovunque simbolo dell’ascensione, assimilata all’albero ed alla scala; evidentemente il simbolo è in relazione con il "potere di legare e slegare". La divinità indù Varuna, il latino Urano, ha come attributo proprio la corda. La corda annodata è nel simbolismo massonico, l’immagine della "catena d’unione" che unisce tutti i massoni tra loro quando si uniscono tenendosi per mano formando col proprio corpo un vero e proprio "nodo".

Il nodo può unire ma può anche essere sciolto. I nodi, presenti anche nelle insegne ecclesiastiche, sono il segno del legame, del vincolo che sussiste tra due elementi differenti - esempio ne sono i nodi che alcuni monaci o frati fanno al loro cordone indicando con questo il vincolo tra la persona ed il voto (castità, obbedienza e povertà) che professano -, il rapporto relativo che esiste tra i due, l’uno si limita all’altro, quindi il nodo riferisce ad un limite consistente tra i due, la loro marca, il loro marchio.

Le nappe, i fiocchi, sono in numeri diversi in funzione alla dignità della persona rappresentata.

Gli ornamenti esterni

Gli ornamenti esterni sono tutti quegli elementi che, tolti elmo, corona, cimiero e svolazzi, sono stati trattati in precedenza. I principali sono: i tenenti e i supporti, i padiglioni e i manti, le corde e i lacci d’amore.

Tenenti e Supporti

I tenenti e i supporti sono elementi figurativi che, posti a lato dello scudo hanno innanzi tutto una funzione simbolica, e in un secondo tempo, anche se forse più evidente, lo scopo di sorreggerlo.

La nascita dei tenenti può essere ascritto all’abitudine di raffigurare, specialmente sui sigilli, il possessore dell’arma, principe, nobile, signore o dama, per cui l’immagine poneva l’arme araldica "portata" dal proprio possessore, la più antica rappresentazione conosciuta di questo genere è quella raffigurata sul sigillo del duca di Baviera Enrico VII, risalente al 1045, raffigura lo stesso in figura intera supportante lo scudo e banderuola. In seguito altre figure sostituirono le prime assumendo anchesì valore simbolico.

Tra le figure "umane" vale la pena di citare una figura curiosa che ricorre in un certo numero di armi: si tratta del "selvaggio" figura maschile o femminile, sola o in coppia, che assume certamente in questo caso una valenza simbolica.

E’ noto come in antiche tradizioni la foresta considerata luogo sacro: presso i Celti, Brocéliande era considerata un vero e proprio tempio. Nella foresta Dodona, in Epiro, veniva venerato Zeus che manifestava la sua volontà per tramite di un oracolo che interpretava lo stormire delle foglie delle querce. Nell’antica Roma, era conosciuto il bosco sacro di Nemi - consacrato a Diana aricina sorvegliato da un sacerdote - dove regnava un Re silvano il quale presumibilmente aveva attributi regali di origine vegetale (J.G. Frazer, Il ramo d’oro); gli stessi attributi che diventeranno le insegne e gli emblemi di regalità nelle tradizioni italiche antiche. Per l’induismo, così come per il buddismo, le foreste erano i rifugi dei sannyâsin, i saggi, il luogo in cui si incontra la saggezza; Dante infatti incontra Virgilio in un foresta. Così l’abitatore delle foreste, delle selve, il "selvaggio" poteva assumere, malgrado l’apparenza un simbolismo positivo: era colui che reggeva lo scudo, cioè la saggezza reggeva la persona così rappresentata dall’arme.

Presto anche le figure animali vennero introdotte nel linguaggio araldico dei supporti prendendo il nome specifico di supporti, il leone, anche in questo caso assunse il predominio sulle altre raffigurazioni .

Questi possono essere raffigurati in coppia - allora si collocheranno una per parte in posizione contrapposta oppure controrampante se gli animali si contrappongono in posizione rampante - o singolarmente, rampante, seduta, sdraiata ecc.

La Consulta assegna anche ai tenenti e ai supporti un valore gerarchico e vieta l’utilizzo indiscriminato di quelle figure usate da un’arma reale.

Padiglioni e Manti

L’uso di questi due elementi deriva certamente dall’uso "pratico" di usare "padiglioni" da campo o in occasioni di giostre e tornei, mentre il "manto", è ovvio si riferisca all’uso da parte nobiliare, di indossare un mantello.

Il manto, almeno per l’araldica italiana, è prerogativa del Re e della Regina, dei Principi delle principesse reali, dei Cavalieri dell’Ordine supremo dell’Annunziata, dei Grandi Ufficiali dello Stato, dei Principi e dei Duchi. Si avvicinerà maggiormente il significato quando lo si tratterà nel capitolo dedicato all’abbigliamento.

Per quanto riguarda il padiglione, il suo simbolismo ricalca evidentemente quello del "parasole". Questo è considerato come il simbolo del cielo sotto all’influsso spirituale del quale si pone il Re o il Sacerdote, che nel simbolismo di tutti i tempi rappresenta colui che deve fare da tramite tra il Cielo, ovvero il mondo spirituale, e la Terra: il "Pontifex".

Nell’induismo Chakravartî è il monarca universale il cui attributo è appunto il parasole ed è situato al centro della Ruota Cosmica (il cui simbolismo, così come il suo stesso schema geometrico, sono assai simili), ovvero il simbolo del mondo al cui centro si pone il Sole spirituale, il "motore immobile" di Aristotele. Colui che si poneva o veniva raffigurato nell’arme araldica sotto ad un padiglione, voleva con ciò indicar e comunicare il suo grado elevato, la sua funzione.

Brisure

La parola deriva dal francese briser, con il significato di rompere, spezzare. Nel linguaggio araldico brisure vuol dire alterare un’insegna, "spezzarla" per differenziarla ulteriormente.

Questo permise, fin dagli inizi, una suddivisione ulteriore di uno stesso scudo; così l’arma di una data famiglia poteva essere utilizzata con piccole o grandi modificazioni, lasciando però inalterato il riconoscimento del "ceppo" originario.

L’eredità famigliare dell’arma poteva così tramandarsi inalterata nell’essenza, ma con delle distinzioni individuali per ognuno che aveva il diritto di portarla.

Tribolati elenca, secondo la lezione di Bouillet, nove modi di brisare lo scudo:

1° Cambiando le figure e conservando gli smalti ed i metalli, 2° Cambiando le figure, 3° Cambiando gli smalti, 4° alterando il numero delle figure uguali, 5° cambiando la posizione delle figure, 6° Cambiando la forma delle figure, 7° Omettendo qualche figura, 8° Aumentando il numero delle figure, 9° Cambiando partizioni e inquadrature.

Secondo il Cassaneo, la brisure in Francia poteva essere operata secondo i seguenti criteri: il lambello  per il secondogenito, al terzogenito, la bordura semplice, al quartogenito, la bordura dentata, merlettata, bisantata,  o scanalata ecc.

Questo sistema araldico può, in un certo senso, ricordare ciò che nel campo del design chiamiamo re-styling, il ridisegno di uno stesso marchio dovuto ad una qualche valida ragione operata su qualche tratto specifico, togliendo o aggiungendo a discrezione del contesto.

La Livrea

Una interessante etimologia del termine è riferita da Ruscelli (Discorso di Girolamo Ruscelli intorno all’invenzioni dell’Imprese, dell’Insegne, de’ Motti e delle Livree): "Altri dicono ch’ella sia pur Spagnuola, et che habbia la sua etimologia da LIBRO. Percioché le Livree sono come un libro aperto, ove ciascuno può leggere l’intenzione di chi l’ha fatta".

Secondo un altro etimo il termine livrea deriva dal francese livrée, come il latino liberalia, "liberare", il senso originario rinvia in effetti alla veste con le insegne che il feudatario donava a quei sottoposti "liberati".

In seguito la livrée francese poteva essere identificata ad alcune uniformi donate da Re a dignitari della propria corte e successivamente fu classificata dagli araldisti come livrée d’onore riservate a sovrani, personaggi di dignità, militari, magistrati, ordini cavallereschi, professori, ecc., e livrée di servitù riservate alla servitù considerata nei suoi diversi gradi e differenziata per foggia, listatura, galloni, colore ecc.

Smalti, metalli, partizioni e figure dovevano essere riportate sulla livrea secondo regole molto precise (tenuto conto naturalmente della trasposizione sulla veste che poteva comportare degli adattamenti), in modo da poter riconoscere i caratteri principali dello stemma della casa.

Le Divise, le Imprese

Queste sono per così dire l’aspetto "verbale" dell’arma: frasi, motti, proverbi, acronimi, rebus, ecc. La blasonatura ne concepisce diversi tipi. La maggior parte di queste, rispetto allo scudo, vengono poste nella parte inferiore, in una banderuola, in un nastro o scritte sui lambrecchini. I gridi di guerra nascono invece in ambiente militare come "grido lanciato" durante le imprese militari, durante un arrembaggio, una carica cavalleresca o altro; l’aspetto "verbale" rispetto alla bandiera ed allo scudo araldico che, da parte loro, corrispondono all’aspetto visivo.

Ménéstrier elenca otto categorie di gridi possibili: di decisione o di risoluzione, d’invocazione, di sfida, di combattimento, d’esortazione, di gioia, d’avvenimento e di raccolta; Crollalanza ne aggiunge altre e cioè i gridi di pretensione, di orgoglio, di amore e di allusione all’arma.!

Le Leggi e la Blasonatura

Sempre Tribolati, nel testo più volte citato, cita un lungo elenco di leggi araldiche compilate da Crollalanza nella sua Enciclopedia Araldico - Cavalleresca.

Non ritengo sia questa la sede per riportare un testo così specifico e rimandiamo al saggio stesso per avere maggiori ragguagli.

Se le leggi al quale è stato fatto riferimento servono a determinare, a formare, a disegnare l’arma, il suo scudo e tutti gli elementi inerenti, la blasonatura, dal canto suo, corrisponde alla descrizione, all’esame ed alla critica del blasone secondo le leggi qui ricordate.

Anche l’ordine con cui è descritto il blasone assume una certa importanza, bisogna seguire un ordine preciso: prima il campo dello scudo e le sue partizioni secondo ordine gerarchico, le sue figure, devono essere descritte seguendo un criterio preciso, poi le timbrature dell’elmo e della corona, in seguito gli altri elementi che circondano lo scudo.

Questo studio vuol essere solamente un appunto critico per indicare la relazione storica e strutturale che esiste tra l’arte araldica ed il design moderno del Marchio.

 

Mimesis 2011