Alcuni esempi

Dalla Cicatrice alla Maschera

Il corpo, la sua forma, con le sue caratteristiche e le sue modificazioni sono sempre stati dei motivi di riconoscimento, segno di individuazione del rango, della funzione o della sua emarginazione.

Alcune popolazioni operano la deformazione del cranio ai neonati in modo che da adulti questa modificazione, questa differenza diventi il carattere distintivo della tribù rispetto ad altre. La nobiltà Maya usava provocare artificialmente lo strabismo convergenete, sospendendo una pallina davanti al viso dl neonato, questo per differenziare gli appartenenti alla classe sociale. Alcuni popoli africani forano il setto nasale per ornarlo con ossa oppure ornamenti; analogamente l’aristocrazia dell’antico Perù vi appende il nariguera, una sorta di pendaglio semilunata e incastonata di pietre preziose. Il piattello labiale è con il medesimo scopo utilizzato da popolazioni varie, da quelle africane a quelle eschimesi o messico-andine.

La deformazione dei denti (avulsione, affilamento, limatura a punta, intarsio, ricopertura, ecc.) è una pratica assai diffusa come segno di riconoscimento degli appartenenti ad un determinato gruppo iniziatico. Anche il più vicino Islam conosce questa pratica di conformazione rituale: Attar nel suo libro Parole di sufi, narra come Uways al-Qaranî per adeguarsi all’esemplarità del Profeta Muhammad che aveva avuto spezzato un dente durante un combattimento, si estirpa tutti i denti per imitazione .

Le orecchie, il lobo in particolare, sono oggetto di particolare deformazioni. Nella nobiltà messico-andina l’uso dei bottoni auricolari è peculiare del suo riconoscimento; alcune popolazioni (es. Masai) arrivano ad allungare il lobo fino alla spalla. L’iconografia buddista, da parte sua, riconosce nel lobo allungato dell’orecchio un attributo divino del Buddha stesso.

La pettinatura identifica la razza e la popolazione in funzione dell’uso e dei divieti che sono propri alle particolari tradizioni. Tralasciamo gli usi codificati studiati dall’etnologia ma osserviamo come la cristianità delle origini usa la pettinatura come segno di differenziazione. La decadenza della civiltà romana aveva portato ad una estrema complicazione delle pettinature: per reagire a questo uso e per differenziarsi, appunto, il battezzato portava i capelli tagliati in tondo mentre le donne raccoglievano i capelli sulla nuca, divisi sulla fronte e coperti da un velo.

Segno dello stato sacerdotale e monacale fu la tonsura totale (tra il IV e V secolo), in Italia in seguito si procura una tosura parziale mantenendo un cerchio di capelli (corona S. Petri,  usanza mantenuta fino ai nostri giorni pur riducendosi sepre più l’area rasata), mentre nell’Europa del Nord il monaco opera una tonsura anteriormente da un’orecchio all’altra (tonsura S. Johannis o Simonis Magi). Al contrario la "parrucca" è il segno distintivo di varie classi professionali come attesta l’uso proprio alle professioni giuridiche.

Il tatuaggio e le cicatrici svolgono a questo riguardo un ruolo essenziale. A proposito delle stesse Gombrich, nel suo saggio Il senso dell’ordine, scrive che queste non devono essere confuse con le cicatrici derivate da "ferite ricevute in combattimento. Queste ultime si possono anch’esse portare con orgoglio, come accadeva, o forse ancora accade, fra gli studenti duellanti delle università tedesche, che le esibivano come segni di status. Ma anche il più ritualistico duello alla sciabola porterà molto difficilmente a cicatrici regolari. La regolarità è segno di intenzionalità; il fatto che le cicatrici siano ripetute mostra che sono ripetibili e che appartengono alla cultura più che alla natura. Cicatrici di questa specie posssono svilupparsi fino a un complesso sistema di marchi tribali e segni sociali che indicano il rango o lo status in modo privo di ambiguità".

Al contrario, il termine "sberleffe" indica, secondo le Note al Malmantide, un segno ignominioso: la parola deriva forse da "berlina" e da "effe", lettera che serviva a "disegnare" e dava la forma allo sfregio sul viso con il qual si "marchiavano" i delinquenti.

La cicatrice è la prima e più duratura forma di ornamentazione corporale, una volta praticata verrà portata l’individuo per tutta la sua vita; altrettanto si può dire del tatuaggio che permette anche l’uso del colore o comunque la possibilità di sviluppare un disegno certamente più complesso. Il tatuaggio del viso è una delle prime forme di pattern: è la definizione di un disegno che deve forzatamente seguire la "linea" del volto, ne ricalca la fisionomia, evidenzia le sue caratteristiche quindi ne esalta le qualità fisiche che differenziano gli individui tra loro aumentandone la riconoscibilità per maggior dettaglio dei tratti distintivi.

Il tatuaggio nell’antica Cina era il segno indelebile dell’iniziazione dell’individuo che entrava in un determinato gruppo. Gli Eschimesi usano il tatuaggio come segno di forza da adoperarsi durante le battute di pesca. Le popolazioni di Tahiti lo usano come segno di riconoscimento all’interno delle società segrete, ecc. Le raffigurazioni animali avevano, per lo più, lo scopo di entrare in contatto con i principi spirituali che simboleggiavano e le forze psichiche di cui questi animali erano supporti.

Come il tatuaggio anche il trucco, tutta la cosmetica in generale, ha lo scopo di esaltare le caratteristiche del viso per renderlo più distintivo ed aumentare le possibilità di riconoscimento, di imporre ed esaltarne delle qualità.

Assai simile all’analogia che ho riferito tra maschera e Marchio, il simbolismo rituale delle ornamentazioni cosmetiche dei Pelle Rossa. Ogni tipo di ornamentazione raffigura uno stato o una condizione, una "argomentazione", una raffigurazione parlante: il suo uso rituale e cerimoniale comunica attraverso un linguaggio visivo per indicare lo stato di "guerra" o di "pace".

Allo stesso scopo la maschera mette in atto la funzione di "riconoscibilità del ruolo". La maschera - persona per i latini - mantiene inalterato il carattere della persona che la indossa la quale, tuttavia, si fa portatrice delle qualità proprie alla raffigurazione della maschera stessa: attua una sorta di identificazione con il soggetto della maschera. Così anche il Marchio, almeno sotto il suo aspetto connotativo, copre e si sovrappone al Referente "imponendo" ed "amplificando" le sue qualità.

La maschera - così come il Marchio - ha la proprietà di mantenere inalterate le qualità proprie alla raffigurazione di cui è portatrice e le mantiene costantemente per tutta la durata dello "spettacolo". L’azione può cambiare, gli attori possono agire ma la maschera sempre identica, immobile, comunica sempre sè stessa. Così anche il Marchio ha la proprietà di "fissare" nello spazio e nel tempo i significati dei segni connotativi e le qualità che comunica del suo Referente di cui si fa portavoce.

La maschera - come il Marchio nel proprio contesto - porta "sinteticamente" i caratteri stereotipati e distintivi delle proprie raffigurazioni (di una divinità, di un personaggio, un eroe, uomo o donna) i suoi tratti non hanno la qualità del ritratto realistico ma scolpiscono esclusivamente e "metaforicamente" solamente i suoi attributi distintivi e connotanti.

Lo stesso avviene anche per quanto riguarda la raffigurazione della divinità. Già nell’antichità classica, la raffigurazione degli dei seguivano una schematizzazione che permetteva di riconoscere la divinità attraverso i pochi attributi che la caratterizzava. Anche il cristianesimo opera analogamente. La raffigurazione del Cristo per tutto il medioevo imita lo stesso modello, unico, sempre simile - la "vera-icona" proposta dal prototipo dell’immagine acheiropòietos (non fatta da mano umana) del Mandilion - in modo da poterlo riconoscere al di là di qualsiasi altra contestualizzazione (cfr. Titus Burckhardt, L’arte sacra in Oriente e Occidente).

Il Clan scozzese, articolazione tra emblema, stemma e Tartan

Con la parola clan (dal gaelico clann, famiglia, discendenza) si indica un raggruppamento sociale di discendenza in linea maschile, che riunisce persone aventi lo stesso rapporto di parentela di sangue, composto da un ceppo principale e più rami collaterali, o di esagomia, regolati cioè da sistemi matrimoniali fra i diversi aderenti.

Il clan  viene ad identificarsi con un territorio ben preciso, territorio che il più delle volte corrisponde al paese d’origine dell’antenato al quale il clan stesso fa riferimento come propria origine eleggendo un suo "rappresentante" che avrà la funzione di "capo". Spesso l’origine del clan affonda le sue origini nel passato più remoto e riferisce delle gesta leggendarie che si tramandano come archetipali nella storia e "nobiltà" del clan stesso. Le terre che sono state il palcoscenico di queste gesta sono raggruppate e concentrate nella regione chiamata Highland, gli altipiani scozzesi originalmente abitati dai celti ora dagli Haighlander.

Ogni clan possiede un proprio sistema di riconoscimento, codificato e articolato su più elementi, composto dal un tartan, uno stemma, un emblema.

Il tartan è un particolare disegno (volgarmente da noi chiamato "scozzese") che viene utilizzato e riprodotto su tessuti generalmente di lana. Questo disegno è il risultato di un pattern ripetuto con una frequenza ed un ritmo grafico stabilito, un"modulo" cromatico/geometrico, chiamato sett deciso secondo tradizione e dall’osservazione dei dipinti raffiguranti l’antenato; Diodoro Siculo già nel I° secolo a.C. descrivendo i costumi celtici (progenitori certamente dei nostri), attesta che "i loro mantelli... erano a linee o quadri colorati accostati tra loro".

Il tartan così composto veniva stabilito dal "capo del clan" e doveva essere approvato dalla Lyon Court mentre la descrizione del sett che lo compone veniva depositato e protetto presso un Registro pubblico di tutti gli stemmi e le insegne; questo diventa il tartan ufficiale e per così dire istituzionale del clan.

Oggigiorno il tartan viene utilizzato per confezionare il famoso kilt, il gonnellino utilizzato, oltre che da semplici civili, soprattutto come divisa militare nei reggimenti scozzesi o dai suonatori di cornamusa. Anticamente, invece, questo tartan era utilizzato per tessere il plaid (féileadh-mór) o "grande scialle", ampio taglio di stoffa (lungo tra i quattro metri e mezzo e i cinque e largo quasi due metri) portato sulle spalle e stretto alla vita da una cintura: la parte inferiore chiamata "piccolo scialle" (féileadh-beag) portato cascante fino al ginocchio era usato come una gonna il che diede luogo al più famoso kilt.

L’uso del tartan, subì un grave ostacolo a metà del ‘700 a seguito della sconfitta del principe Carlo Edoardo Stuard, sconfitta quale seguì l’interdizione dell’uso del tartan con la finalità di colpire lo spirito di aggregazione del clan e la sua obbedienza alla casa degli Stuard. La rivolta giacobita, attraverso l’opera di letterati e pittori, ristabilì l’antica usanza dopo un intervallo di trentasei anni che, seppur breve, riuscì a far dimenticare le antiche tradizioni artigianali della composizione dei colori per la tintura dei filati.

I successivi elementi caratteristici di quel sistema di riconoscimento al quale facevo riferimento all’inizio del paragrafo sono le "insegne del capo" del clan: costituite propriamente da un "arma" araldica, una bandiera, una bandiera da cornamusa, uno stendardo ed uno stemma da fibula.

L’arma araldica segue tutte le norme della scienza rispettiva, composto dallo "scudo", dall’"elmo" ed il "cimiero", dal "manto", dai "supporti" e dal "motto" (cfr cap. "Emblemi ed Insegne rinascimentali"); la bandiera raffigura i colori dell’arma; la bandiera da cornamusa spesso rappresentava tutta l’arma araldica; nello stendardo gli elementi essenziali della medesima iconografia ma in un ordine differente mentre la fibbia solitamente in metallo, raffigura l’icona del cimiero, iscritto in una cintura sormontata da una corona e crestata con piume (cfr. il paragrafo dedicato alla "corona" inserito nel capitolo "L’araldica"); alcuni di questi segni vengono concessi, con le dovute modifiche e soppressioni degli elementi propri della dignità di "capo", anche ai membri del clan.

Altro elemento caratteristico della riconoscibilità del clan è il "ramo" (un ramoscello) di una pianta, con valore certamente simbolico, il quale veniva apposto sul berretto o fissato su una lancia cerimoniale: così i Bruce scelgono il "rosmarino", i Gordon l’"edera", gli Hay il "vischio", i Kennedy e gli Stewart la "quercia", i MacGregor il "pino scozzese", i Robertson la "felce", gli Scott il "mirtillo" ecc.

Mimesis 2011