Il Marchio nell’antichità

Da sempre ogni civiltà, ogni attività commerciale, artistica o artigianale, ha utilizzato un segno come Marchio per identificare le proprie produzioni al fine di fissarne la paternità. Rappresentazioni di figure originarie fin dall’inizio della sua storia, la produzione del Marchio procede dall’arte attraverso prestiti stilistici. Le figure elementari sono quelle conosciute e utilizzate per la raffigurazione di ogni simbolo: il cerchio, il triangolo, il quadrato, il pentagono, ecc.

Simboli, figure espressive e cariche di significato, vengono utilizzate non solo per rappresentare enti propri al "sacro" ma anche referenti umani o prodotti artigianali o meglio tutto ciò che, secondo la cultura arcaica, dipende dal divino .

Ogni attività umana trova, nella civiltà tradizionale antica, la sua corrispondenza con il sacro. Ogni azione è la riproduzione a livello microcosmico dell’attività divina, quindi essendo ordinata dalla legge sacra si esprime attraverso una azione propriamente rituale.

Dalla Cicatrice alla Maschera

Il corpo, la sua forma, con le sue caratteristiche e le sue modificazioni sono sempre stati dei motivi di riconoscimento, segno di individuazione del rango, della funzione o della sua emarginazione.

Alcune popolazioni operano la deformazione del cranio ai neonati in modo che da adulti questa modificazione, questa differenza diventi il carattere distintivo della tribù rispetto ad altre. La nobiltà Maya usava provocare artificialmente lo strabismo convergenete, sospendendo una pallina davanti al viso dl neonato, questo per differenziare gli appartenenti alla classe sociale. Alcuni popoli africani forano il setto nasale per ornarlo con ossa oppure ornamenti; analogamente l’aristocrazia dell’antico Perù vi appende il nariguera, una sorta di pendaglio semilunata e incastonata di pietre preziose. Il piattello labiale è con il medesimo scopo utilizzato da popolazioni varie, da quelle africane a quelle eschimesi o messico-andine.

La deformazione dei denti (avulsione, affilamento, limatura a punta, intarsio, ricopertura, ecc.) è una pratica assai diffusa come segno di riconoscimento degli appartenenti ad un determinato gruppo iniziatico. Anche il più vicino Islam conosce questa pratica di conformazione rituale: Attar nel suo libro Parole di sufi, narra come Uways al-Qaranî per adeguarsi all’esemplarità del Profeta Muhammad che aveva avuto spezzato un dente durante un combattimento, si estirpa tutti i denti per imitazione .

Le orecchie, il lobo in particolare, sono oggetto di particolare deformazioni. Nella nobiltà messico-andina l’uso dei bottoni auricolari è peculiare del suo riconoscimento; alcune popolazioni (es. Masai) arrivano ad allungare il lobo fino alla spalla. L’iconografia buddista, da parte sua, riconosce nel lobo allungato dell’orecchio un attributo divino del Buddha stesso.

La pettinatura identifica la razza e la popolazione in funzione dell’uso e dei divieti che sono propri alle particolari tradizioni. Tralasciamo gli usi codificati studiati dall’etnologia ma osserviamo come la cristianità delle origini usa la pettinatura come segno di differenziazione. La decadenza della civiltà romana aveva portato ad una estrema complicazione delle pettinature: per reagire a questo uso e per differenziarsi, appunto, il battezzato portava i capelli tagliati in tondo mentre le donne raccoglievano i capelli sulla nuca, divisi sulla fronte e coperti da un velo.

Segno dello stato sacerdotale e monacale fu la tonsura totale (tra il IV e V secolo), in Italia in seguito si procura una tosura parziale mantenendo un cerchio di capelli (corona S. Petri,  usanza mantenuta fino ai nostri giorni pur riducendosi sepre più l’area rasata), mentre nell’Europa del Nord il monaco opera una tonsura anteriormente da un’orecchio all’altra (tonsura S. Johannis o Simonis Magi). Al contrario la "parrucca" è il segno distintivo di varie classi professionali come attesta l’uso proprio alle professioni giuridiche.

Il tatuaggio e le cicatrici svolgono a questo riguardo un ruolo essenziale. A proposito delle stesse Gombrich, nel suo saggio Il senso dell’ordine, scrive che queste non devono essere confuse con le cicatrici derivate da "ferite ricevute in combattimento. Queste ultime si possono anch’esse portare con orgoglio, come accadeva, o forse ancora accade, fra gli studenti duellanti delle università tedesche, che le esibivano come segni di status. Ma anche il più ritualistico duello alla sciabola porterà molto difficilmente a cicatrici regolari. La regolarità è segno di intenzionalità; il fatto che le cicatrici siano ripetute mostra che sono ripetibili e che appartengono alla cultura più che alla natura. Cicatrici di questa specie posssono svilupparsi fino a un complesso sistema di marchi tribali e segni sociali che indicano il rango o lo status in modo privo di ambiguità".

Al contrario, il termine "sberleffe" indica, secondo le Note al Malmantide, un segno ignominioso: la parola deriva forse da "berlina" e da "effe", lettera che serviva a "disegnare" e dava la forma allo sfregio sul viso con il qual si "marchiavano" i delinquenti.

La cicatrice è la prima e più duratura forma di ornamentazione corporale, una volta praticata verrà portata l’individuo per tutta la sua vita; altrettanto si può dire del tatuaggio che permette anche l’uso del colore o comunque la possibilità di sviluppare un disegno certamente più complesso. Il tatuaggio del viso è una delle prime forme di pattern: è la definizione di un disegno che deve forzatamente seguire la "linea" del volto, ne ricalca la fisionomia, evidenzia le sue caratteristiche quindi ne esalta le qualità fisiche che differenziano gli individui tra loro aumentandone la riconoscibilità per maggior dettaglio dei tratti distintivi.

Il tatuaggio nell’antica Cina era il segno indelebile dell’iniziazione dell’individuo che entrava in un determinato gruppo. Gli Eschimesi usano il tatuaggio come segno di forza da adoperarsi durante le battute di pesca. Le popolazioni di Tahiti lo usano come segno di riconoscimento all’interno delle società segrete, ecc. Le raffigurazioni animali avevano, per lo più, lo scopo di entrare in contatto con i principi spirituali che simboleggiavano e le forze psichiche di cui questi animali erano supporti.

Come il tatuaggio anche il trucco, tutta la cosmetica in generale, ha lo scopo di esaltare le caratteristiche del viso per renderlo più distintivo ed aumentare le possibilità di riconoscimento, di imporre ed esaltarne delle qualità.

Assai simile all’analogia che ho riferito tra maschera e Marchio, il simbolismo rituale delle ornamentazioni cosmetiche dei Pelle Rossa. Ogni tipo di ornamentazione raffigura uno stato o una condizione, una "argomentazione", una raffigurazione parlante: il suo uso rituale e cerimoniale comunica attraverso un linguaggio visivo per indicare lo stato di "guerra" o di "pace".

Allo stesso scopo la maschera mette in atto la funzione di "riconoscibilità del ruolo". La maschera - persona per i latini - mantiene inalterato il carattere della persona che la indossa la quale, tuttavia, si fa portatrice delle qualità proprie alla raffigurazione della maschera stessa: attua una sorta di identificazione con il soggetto della maschera. Così anche il Marchio, almeno sotto il suo aspetto connotativo, copre e si sovrappone al Referente "imponendo" ed "amplificando" le sue qualità.

La maschera - così come il Marchio - ha la proprietà di mantenere inalterate le qualità proprie alla raffigurazione di cui è portatrice e le mantiene costantemente per tutta la durata dello "spettacolo". L’azione può cambiare, gli attori possono agire ma la maschera sempre identica, immobile, comunica sempre sè stessa. Così anche il Marchio ha la proprietà di "fissare" nello spazio e nel tempo i significati dei segni connotativi e le qualità che comunica del suo Referente di cui si fa portavoce.

La maschera - come il Marchio nel proprio contesto - porta "sinteticamente" i caratteri stereotipati e distintivi delle proprie raffigurazioni (di una divinità, di un personaggio, un eroe, uomo o donna) i suoi tratti non hanno la qualità del ritratto realistico ma scolpiscono esclusivamente e "metaforicamente" solamente i suoi attributi distintivi e connotanti.

Lo stesso avviene anche per quanto riguarda la raffigurazione della divinità. Già nell’antichità classica, la raffigurazione degli dei seguivano una schematizzazione che permetteva di riconoscere la divinità attraverso i pochi attributi che la caratterizzava. Anche il cristianesimo opera analogamente. La raffigurazione del Cristo per tutto il medioevo imita lo stesso modello, unico, sempre simile - la "vera-icona" proposta dal prototipo dell’immagine acheiropòietos (non fatta da mano umana) del Mandilion - in modo da poterlo riconoscere al di là di qualsiasi altra contestualizzazione (cfr. Titus Burckhardt, L’arte sacra in Oriente e Occidente).

Geroglifico egizio

Un caso molto particolare di "monogramma", o comunque di segno grafico sintetico di nome, attributo o funzione, è presente nella scrittura del geroglifico egizio. Sottolineo che questo caso particolare rappresenta solo un’estensione di ciò che ho precedentemente espresso. L’analogia a cui faccio riferimento consiste nella produzione di un segno icono/grafico con contenuti linguistici.

I geroglifici, dal greco hieroglyphikà (grammata) "segni sacri incisi" per etimo, "scrittura delle parole del Dio", raffiguravano figure e membra umane, animali, piante, configurazioni del terreno, oggetti, armi, strumenti ecc.

Divisi in tre categorie, monoconsonantici, in numero di 24, bi- e triconsonantici composti totalmente dai precedenti.

L’analogia che sussiste tra il Geroglifico ed il Marchio riguarda essenzialmente la loro rispettiva natura. Entrambi infatti esprimono, dal punto di vista semantico, un concetto per mezzo di immagini figurative composte tra loro al fine di ricondurre ad un significato referenziale.

Ideogramma cinese

Wang Xî Zhî, il "calligrafo saggio", considerato il più grande maestro dell’arte calligrafa cinese scriveva: "Il foglio di carta è il campo di battaglia; il pennello: le lance e le spade; l’inchiostro: la mente, il comandante in capo; l’abilità, la destrezza: i luogotenenti; la composizione: la strategia. Impugnando il pennello si decide il destino della battaglia: i colpi, i tratti sono gli ordini dei comandanti; le curve e i ritorni sono i colpi mortali". Con questo brano si descrive l’arte calligrafa cinese come una guerra: un atto certamente non debole bensì pregno di forza espressiva capace di svolgere un ruolo più o meno forte in funzione della sua capacità. Un’azione strategica.

L’ideogramma cinese, unione di significato e pronuncia, è una sintesi grafica che esprime un concetto attraverso un segno visivo classificato tradizionalmente in sei stili differenti e sei famiglie.

I sei stili possono essere classificati nelle seguenti classi: del "Grande Sigillo", del "Piccolo Sigillo", dei "Funzionari", dei "Caratteri Corsivi", della "Scrittura Ordinaria", della "Scrittura moderna". Le sei famiglie, a loro volta, si dividono in: "Pittogrammi" cioè immagini dell’oggetto, caratteri-immagine e rappresentano la forma stilizzata dell’oggetto referente; "Indicatori" caratteri che traducono in segno grafico un’idea astratta; "Ideogrammi" caratteri che risultano dalla combinazione di due caratteri differenti al fine di definire un significato differente (ad esempio "luminosità" è definito dai caratteri "sole" e "luna"; "Fonogrammi", aggregati fonetici, caratteri composti da due parti delle quali la prima indica il significato mentre la seconda suggerisce la pronuncia; "Deflettivi" caratteri simili nel disegno ma differenti nella pronuncia ed quella dei "Prestati" senza attinenza di significato né con funzione fonetica ma derivato esclusivamente dall’uso.

Il carattere cinese, contrariamente all’alfabeto delle lingue occidentali, esprime un significato attraverso una forma complessa, ma sintetica, di più segni grafici individuali. Come il Marchio, l’ideogramma cinese è un segno visivo significante a senso compiuto.

Geroglifici e Ideogrammi sono stati citati in questo capitolo - ed in relazione con il Marchio - non tanto per la loro funzione, ovviamente diversa, bensì in quanto dal punto visivo esprimono un significato: "dicono" di una "cosa" attraverso un segno visivo che si esprime attraverso una composizione grafica.

La Signatura dall’antichità fino ai nostri giorni

Propriamente una "firma", la segnatura rappresenta il "marchio" personale che l’antichità conosceva come segno di rappresentanza, riconoscimento e garanzia di attestazione del Referente.

Gombrich nel suo saggio Il senso dell’ordine, afferma che nel monogramma antico - ma certamente ci si può riferire ad ogni tipologia di sigla, segnatura, ecc. - "l’intreccio delle lettere (anche se non necessariamente) sfocia in una cifra ornamentale, da impiegare soprattutto come forma di personalizzazione nei contesti decorativi o araldici. Esiste per essere riconosciuta, ma non letta. C’è un’altra funzione della fioritura più intimamente legata alla firma. Qui la si può difendere su basi razionali perché il suo ritmo personale rende difficile l’imitazione, ma sicuramente non è questo il suo unico proposito. Essa serba pure il suo carattere di esibizione e di sicurezza.".

Sigle e Monogrammi

Il monogramma (dal greco monos e gramma, segno) è nominato sempre per definire un segno grafico composto da una lettera o un gruppo unitario di più lettere spesso acronimo del nome del Referente al fine di creare un "nesso". Apparso sulle monete dell’antica Grecia nel V° secolo a.C. per indicare la città che le coniava. Godette di una certa fortuna, con la medesima funzione, in epoca cristiana fino al XII secolo, poco utilizzato durante i secoli successivi, viene definitivamente abolita dalla Dieta di Worms nel 1495. Per altri usi il monogramma ebbe larga diffusione: utilizzato praticamente da tutti i ceti, dagli imperatori ai pittori, dai papi ai notai, il monogramma "siglato" o "sigillato" ha sempre avuto la medesima funzione di firma. Ogni supporto, naturalmente, presuppone una fattura differente, quindi ogni arte, ogni uso sviluppò tipologie di "sigle" e monogrammi differenti, che qui illustro solo parzialmente.

Il Medioevo conosce l’uso del monogramma per rappresentare la persona o la funzione. In questo caso la "scrittura" si contrae, si modifica per diventare "figura". Questa assume le forme varie ma sempre tende all’adeguamento ad uno schema, una struttura geometrica che, per la sua facilità di comunicazione, comprensione e memorizzazione, svolge il segno rappresentante "semplificato" del Referente. Lo schema della croce, o meglio il tipo greco, svolge certamente un ruolo importante in quanto le sue implicazioni teologiche e cosmologiche sono al centro della speculazione di quell’occidente medievale.

L’abbreviazione, che può diventare in certi casi monogramma, la troviamo frequentemente rappresentata nel sigillo - soprattutto negli anelli sigillari - dove lo spazio è limitato. Il medioevo conosce una indefinitività di abbreviazioni, tutte identificate da segni, per lo più sovrapposti alle lettere, per indicare la contrazione. Certamente conosciute le abbreviazioni monogrammatiche IHS, XP la quale, quest’ultima troviamo nel monogramma di Costantino.

Quatre de Chiffre

Il monogramma, del quale ho dato qualche cenno, trova nei secoli passati una forma particolare nominata Chiffre quatre o Quattre de chiffre.

Solitamente questa figura presenta la "cifra" 4 (oppure la stessa presentata rovesciata) unita ad altre linee, rette e curve, figure geometriche, iniziali. Questo particolare Marchio corporativo fu comune a diverse categorie professionali (cfr. il testo di Gruel al quale rimandiamo un approfondimento ulteriore di questo Marchio): tra le più frequenti si può individuare la categoria di tipografi ed editori anche se ne rintracciamo l’uso anche tra pittori, vetrai, arazzieri nonché tra i privati che riproducevano questo segno nei contesti più vari (porte, blasoni, lapidi ecc.). René Guénon scrive che questo Marchio potesse rappresentare il segno distintivo del grado di Maestro di qualche organizzazione iniziatica di mestiere.

Le interpretazioni di questo monogramma sono molteplici. Innanzi tutto dal punto di vista astrologico il legame tra questo monogramma e il simbolo di Giove è evidente così come con questo il riferimento alla quarta lama dei tarocchi. Il numero 4 coinvolge significati legati a concezioni proprie al "quaternario" diffuse durante tutto il Rinascimento quindi al rapporto tra Microcosmo e Macrocosmo. Questa cifra, graficamente è riconducibile alla croce evidentemente legata alla rappresentazione del "quaternario dinamico" così come il quadrato raffigura il "quaternario statico".

Questo riferimento alla croce è evidente quando, come capita assai frequentemente, la cifra 4 è sovrapposta al "globo del Mondo" (proprio come già visto nel simbolo descritto nel capitolo dedicato agli attributi ed alle funzioni regali) oppure sovrapposto alla figura del cuore. Questo simbolo si riferisce propriamente al simbolo del "Sacro Cuore" ed è appunto questo riferimento a Cristo che evidenzia un ulteriore riferimento al monogramma costantiniano dove la cifra 4 speculare, in alcune particolari raffigurazioni, sostituisce la lettera P la rho greca, seconda lettera di Christós. Un’altra analogia di questo schema grafico si ripropone nel simbolo ermetico capovolto dello zolfo.

 

I Tagliatori di pietra

I produttori di laterizi, fin dall’antichità, usavano marchiare i propri prodotti. Si sono trovati segni di questo tipo nell’antico Egitto, in Mesopotamia, sulle mura di Gerusalemme, di Troia, di Olimpia e nell’antica Roma dove l’arte latomistica era pratica imprenditoriale di notevole diffusione. Arrivando fino ai costruttori di cattedrali medievali, in special modo gli scalpellini il cui compito era quello di squadrare le pietre utili all’edificazione, essi usavano "firmare" le loro opere per mezzo di segni personali. Veri e propri Marchi individuali dei Massoni operativi, questi segni erano per lo più figure geometriche costruite secondo uno schema ed una struttura di base.

I "Marchi" mercantili, commerciali e professionali

In questo capitolo cercherò di enumerare le testimonianze a noi pervenuteci dell’esistenza di Marchi presso civiltà ed attività commerciali, artigianali antiche.

Ognuna di queste categorie ha sviluppato una propria tipologia stilistica e operativa determinata dalla natura dell’opera, del prodotto delle condizioni di impiego e del supporto sul quale era necessario apporre il Marchio.

Ovviamente assai diverso sarà un Marchio di un orafo da quello di bestiame, un Marchio filigranato per supporti cartacei oppure una confezione rigida, un Marchio inciso su pietra o dipinto su vasellame.

In un antico testo Piombi antichi mercantili scritto da Cesare Gaetani nel 1755 facendo riferimento al testo Piombi antichi spiegati dell’abate Francesco de’ Ficoroni, è scritto "Or offrendo l’uso di segnar le merci con tali sigilli di piombo così universalmente abbracciato, qual meraviglia che riconosca la sua origine dalle più vetuste consuetudini de’ tempi trasandati?... in quella manier appunto, che si fa presentemente per ogni dove, e per quel medesimo fine, per cui nella Grecia e nel Lazio fin le crete si marcavano coi sigilli del pubblico, o de’ regnanti". Ancora più avanti ne spiega la forma specifica: "Simili a medaglie, da Plauto e da Marziale sono chiamate "nummi plumbei" da autori (Molinet) considerate come monete d’infima condizione, usate talvolta, o per comodo della plebe, o per necessità dell’erario, o come vuole più ingegnosamente Baudolet per le feste Saturnali, non siano in verità "nummi" di commercio; ma che nummi da Plauto e da Marziale si chiamano metaforicamente per denotare la poca stima de’ medesimi, siccome altrove "vina plumbea" disse Marziale, per esprimere vini di niun pregio, e "plumbeum gladium", chiama Cicerone, un debole spossato argomento, e "plumbei in physicis" quegli ingegni che delle cose fisiche sono digiuni; per Molinet... si credono monete, non solo per la somiglianza, che hanno col valore, e colore del piombo; ma per quella forma, e del marco, con cui veggono stampate: nella maniera appunto, che certe Medaglie d’oro, di elettro, di rame, d’osso, di stagno, e fin di creta, si numerano, e si adunano frolle antiche monete, non perché tali siano, ma perché a quelle rassomigliano, servendo esse per altro ad usi totalmente diversi". Così nel ‘700 venivano descritti i alcuni sigilli antichi ad uso commerciale.

Già nell’antichità la "ricerca" del Marchio come garanzia del prodotto era pratica consueta. Nell’antica Roma i vasi firmati da Popilius o la ceramica aretina erano assai ricercati. Il mondo latino conosce una capacità di differenziare i propri prodotti in maniera rigorosa.

Si conoscono, ad esempio, duecento diverse marche di vino sparse su tutto il territorio dell’Impero: Orazio, Marziale e Virgilio citano nelle loro opere marche differenti di vino. Queste, come nota Rokicki in un suo articolo dedicato a La pubblicità nell’Impero romano, erano identificate anche da diciture più o meno semplici: da quella che ne definiva il tipo, Vinum rubrum cioè vino rosso, oppure la sua origine, ad esempio Creticum excellens, l’eccellente vino di Creta, o ancora Rubrum annorum quatuor Ampliato, vino rosso di Ampliato invecchiato quattro anni.

A Pompei furono trovati vasi di uso comune siglati con il Marchio del produttore. Gli artigiani dell’antica Roma conoscevano - come attestano Cicerone, Quintiliano, Plinio e Svetonio con chiarezza - l’usanza di marchiare i propri manufatti, così come le loro botteghe esponevano l’insegna recante l’immagine dei prodotti venduti: il laboratorio di vestiti di M. Vecilio Verecondo mostra sull’insegna all’esterno del negozio una scena della produzione.

Marco Sestio, mercante di vino, possedeva un proprio marchio con il quale siglava tutte le anfore del proprio commercio. Così un’altra anfora trovata a Pompei portava l’iscrizione Vr in usis Coelia Procula dove Vr corrisponde a Vinum rubrum, vino rosso: un’abbreviazione quindi che preannunzia sigla e monogramma

L’uso antico si protrae lungo tutto il Medioevo ed il Rinascimento. Da sempre nel mondo mercantile e di commercio, la marchiatura dei prodotti fu sentita necessità. Si conoscono Marchi propri ad ogni categoria commerciale. Mercanti, artigiani, produttori di porcellane come i famosi fabbricanti di Capodimonte, vasai e ceramisti, vetrai, artisti vari, quindi pittori scultori ed incisori, orafi, argentieri, fabbri e fonditori, liutai e armaioli in genere, arazzisti (noto il caso della Manifattura dei Gobelin sotto il regno del Re Sole) e produttori di tessuti, fabbricanti di carta, allevatori di bestiame in genere e proprietari di cavalli, falegnami, carpentieri (come i famosi "marangoni", carpentieri navali veneziani), ecc., tutte queste categorie nell’antichità hanno prodotto Marchi per segnare i propri prodotti, i propri possedimenti, la loro opera.

L’elenco e l’esemplificazione che qui riporto ne è solo un semplice accenno. Fin dall’antichità romana, abbiamo visto, si conosce l’uso del Marchio come segno distintivo delle imprese commerciali: i bolli doliari ne sono un esempio. Collegia e corporazioni, famiglie gentilizie, istituzioni religiose e di culto hanno tutti usufruito di un Marchio come proprio segno di distinzione. Veri e propri marchi sotto forma di monogrammi erano usati anche da papi ed imperatori, religiodi, poeti ed educatori. Solo la frantumazione dell’unità dell’impero corrisponde ad un degrado anche delle attività mercantili e di conseguenza commerciali: ne consegue l’abbandono dell’uso sistematico del Marchio.

Durante il Medio Evo, la nascita di nuove città, successivamente la giurisdizione del "libero comune" ed in special modo quello delle "città marinare" favorisce la politica della navigazione da cui ne deriva la "libertà" di commercio e di industria quindi anche lo spirito di concorrenza: è il necessario antefatto allo sviluppo dell’applicazione dell’attività mercantile e quindi dell’istituzione del Marchio commerciale.

Lo sviluppo tecnico, la competenza della nascente industria, l’esperto nell’attuazione dell’invenzione, corrisponde alla assegnazione di previlegi personali e di monopoli nell’esercizio della professione - esempio pertinente lo si vede nell’arte della stampa - quindi all’assegnazione di segni, araldici o di altro tipo, come segno distintivo della propria attività.

Lo sviluppo delle corporazioni di mestiere rende ufficiale l’uso giuridico del Marchio. Ogni corporazione "registra" i propri iscritti i quali saranno d’ora in poi, soggetti alla giurisdizione di questa, e ne legittima la loro attività concedendo di conseguenza anche un "segno" distintivo.

Franceschelli, nell’opera già citata, elenca alcune condizioni peculiari di questo statuto:

a. "l’appartenenza all’arte era obbligatoria per l’esercizio, nel comune, dell’attività in questione e che ciò era dovuto a ragioni di protezionismo di categoria e quindi allo scopo di limitare la concorrenza nell’offerta dei prodotti e dei servizi; l’appartenenza all’arte era provata dall’iscrizione nella "matricola", che era un libro o registro tenuto da funzionari dell’arte".

b. "i membri essendo ordinati secondo una gerarchia che dagli apprendisti saliva ai compagni e infine ai maestri, non si passava dal primo al secondo scalino se non dopo un lungo tirocinio (in Germania e in Inghilterra di 7 anni) e dal primo al secondo dopo un apprendistato (che in Germania imponeva che si girasse per vari luoghi: Wanderzeit), e da questo al rango di maestro, dopo aver superato un particolare esame ed eventualmente aver fatto e presentato un capo d’opera, o capolavoro ("chef d’oeuvre, essay") che mostrasse la raggiunta capacità tecnica".

Questo aspetto segnalato da Franceschelli corrisponde anche a ciò che avviene nell’ambito dell’iniziazione Massonica operativa dove, essendo organizzata come una di queste corporazioni (o meglio sarebbe dire che ogni corporazione nasce come confraternita iniziatica con propri rituali e propri simbolismi) ogni grado assegna al "fratello" che vi partecipa, dei "segni" distintivi: segni comuni a tutti quali "parole sacre", "parole di passo", "segni d’ordine" e "toccamenti" e segni propri quali le "signature" apposte sul manufatto che identificavano il produttore.

c. "l’iscrizione nella "matricola" veniva subordinata al pagamento di una tassa e all’offerta di un banchetto (donde l’espressione "pagare la matricola") e, sovente, alla prestazione del giuramento di osservare lealmente le regole d’arte".

d. "il mantenimento dell’iscrizione era condizionato alla continuazione dell’esercizio dell’attività cui la corporazione presiedeva e al rispetto delle regole d’arte".

L’iscrizione della matricola assume particolare importanza in quanto anticipa i "registro delle ditte" ed il "registro delle società" di epoca moderna.

Il non rispetto alle regole dettate dalla corporazione da parte degli individui presupponeva l’esclusione degli stessi, la cancellazione della "matricola" e di conseguenza la revoca del permesso di manifestare i marchi assegnategli dalla corporazione e presumibilmente anche dei segni grafici di "segnatura".

Per quanto riguarda l’uso del Marchio durante il Rinascimento, Lattes scrive che "Le marche s’adoperano nelle scritture invece della firma, si incidono sulle case presso alla porta per distinguerle prima che diffonda l’uso dei numeri anagrafici, si riproducono sulle cose mobili per attestare la proprietà, p. es. sul bestiame che partecipa al pascolo comune, sugli arnesi domestici, sui tronchi d’albero da tagliare o da trasportare o da far galleggiare, sui fiumi..., sulle merci affidate a vettori, giovano nella rivendicazione delle cose mobili per provare la proprietà non mai perduta (...) ". La raffigurazione araldica e la sfragistica sono diffuse ormai in tutta Europa, ma anche altre forme di "marchiatura" si conoscono in ogni forma commerciale e di distinzione individuale. Signum, marca, marcha, marchum, merco, merca, segno, segnio, segnale, signale, bolla, bola, bollo, bulla, bullum, Europa e Italia, in special modo, definiscono l’unico oggetto, o meglio l’unica intenzione grafica con cui "si designa genericamente - come afferma Franceschelli - tutto ciò che si ricollega a problemi di identificazione o distinzione fatte per segni apposti sulla cosa stessa o su edifici o su documenti rappresentativi o no di essi o di fatti o rapporti che intorno ad essi si svolgono".

L’uso del Marchio viene differenziata in tre tipologie principali

1. La prima riguarda una categoria di marchi non personali di un produttore o di un mercante, assegnati dai funzionari dell’arte garantiscono la qualità e la conformità alle regole d’arte. Marchi collettivi, dichiarano la validità della materia prima utilizzata, i gradi o i canoni di purezza.

2. Il secondo gruppo riguarda quei marchi che distinguono il produttore e gli riferiscono il prodotto. Quindi oltre a quel marchio collettivo è proposto anche il marchio individuale, spesso obbligatoriamente. "La funzione di questi marchi - scrive Franceschelli - è essenzialmente quella di tutelare il buon nome dell’arte, la fama di eccellenza dei prodotti che escono dalle mani o dalle botteghe dei suoi membri, oppure il buon nome stesso della città cui l’arte appartiene.

In secondo luogo, accanto o indipendentemente dai marchi collettivi testé menzionati ci sono altri segni o marchi che identificano (...) l’artigiano, l’imprenditore, il mercante attraverso e ne i suoi prodotti, legando questi a quello, sì da poter risalire, in caso di non osservanza delle regole comunali o corporative che presiedono alla preparazione di quel prodotto, al responsabile. (...) A differenza dei precedenti, questi marchi sono, necessariamente, diversi l’uno dall’altro seguendo il principio "un artigiano un marchio" o anche "ogni artigiano un marchio e uno solo" quindi la sua originalità, la sua non confondibilità con gli altri già concessi o già in uso; e anzi questa diversità viene pretesa e protetta dall’arte stessa contro l’uso di segni simili o falsi".

Sono noti alcuni esempi di marchi appartenenti a questa tipologia: a Firenze la marcatura dei manufatti di cera ne assicurava la qualità così come per l’arte della lana si usava apporre al prodotto un piombino con il segno dell’arte, o il giglio fiorentino, e sui vivagni delle pezze i nomi di Firenze, del Garbo (nome che caratterizzava le pezze di lana provenienti dal Magreb) o di S. Martino, garantendo in questa maniera la qualità della provenienza.

Un decreto di Francesco II Sforza del 31 luglio 1335 decide per la corporazione della lana "che a ciascuna sorte di panni ultra del mercante se li facia ancora un altro segno incorporato in esso panno, per il qual segno si possa conoscere da qualunque persona la sorte (cioè il tipo) di esso panno".

I marchi diffusi in questo periodo obbediscono ad alcune esigenze particolari. Essi possono appartenere a produzioni di:

a. beni e bisogni elementari (es. a Firenze il pane, essendo un prodotto che per ovvi interessi coagula l’interesse del governo, veniva marcato con il giglio ed il nome del produttore),

b. servizi e compiti propri al governo (cambiavalute e banche),

c. produzioni che hanno raggiunto un estrema importanza e sulle quali può concentrarsi un notevole interesse pubblico (industria della lana, coltelli ecc.). Un caso è noto a Siena dove lo Statuto dell’arte della lana del 1297-1309 "statuiva et ordinava" "che ciascheduno de la detta Arte ponga, e ponare sie tenuto o debbia, el suo segno in ciascheduna sua pezza e scampolo, la quale o vero lo quale facesse o vero fare facesse. E che neuno dia alcuna sua pezza o scampolo di panno ad alcuno conciatore, o vero cardatore, se prima non porrà in quella el suo segno. E che neuno conciatore o vero cardatore possa o vero debbia quella cotale pezza o vero scampolo non segnato conciare, o vero tirare. E chi contrafacesse, sie punito e condannato per ciascheduna pezza o vero scampolo in V soldi di denari, e non li possa esse renduto in alcun modo".

d. strumenti propri alla difesa dello stato (armi ed armature, ecc.).

Nel 1388 Gian Galeazzo Sforza, decreto nuovi statuti alla corporazione dei Mercanti di Cremona. La prima rubrica introduce il concetto di "marca" e distituendo la "matricola" da trascrivere in un libro su cui "si debba descrivere li nomi et cognomi de tutti li mercanti approbati (...) con li loro segni con quali bollano o fanno li bolli sopra le loro mercantie e con li bolli che si fanno sopra li capi delle pezze de pignolati et altri lavoreri di bombace...".

Gli stessi statuti individuano quattro possibilità di marchi:

a. un segno, particolare ai singoli mercanti per bollare "le loro mercantie".

b. i "bolli" che si facevano sui tessuti di cotone.

c. le "marche" che usavano fare molti mercanti di tessili per i prodotti da esportazione "che usano alli porti, per le strade, e alle altre città e provincie".

d. il civico "bollo dell’Aquila", marchio obbligatorio per i prodotti tessili, apposto a cura dell’Università dei Mercanti e finalizzato a garantire la tipologia di alcuni tessuti di cotone nonché la conseguente loro denominazione (cfr. Carla Sabbioneta Almansi, Marchi di fabbrica ed insegne a Cremona fra i secoli XIX e XVII).

 

Nel 1596 viene stampato il Tractatus de insignis et armis di Bartolo da Sassoferrato in cui troviamo una netta presa di posizione contro il plagio del Marchio artigianale: "Supponiamo di avere un fabbro espertissimo che faccia sulle spade ed altre sue opere dati simboli per i quali esse vengono riconosciute come proprie di quel maestro e per ciò meglio vedute e più avidamente comprate: allora appunto ritengo che se altri usasse il predetto segno, sia possibile vietarglielo, perché il pubblico ne verrebbe danneggiato: scambierebbe infatti l’opera di uno per l’opera di un altro".

Ho fatto cenno al "Registro" di sottoscrizione della propria matricola e marchio. A Cremona ad esempio gli Statuti corporativi affermano che "molti mercanti... oltre il primo bollo (cioè quello obbligatorio) quale fanno sopra le pezze de pignolati et altri lavoreri di bombace, usano certe (altre) marche... è stato ordinato che ogni mercante o compagnia, che usa o vuole usare tali marche, sia tenuto, et debba dare inscritto, et far scrivere et designare le dette marche nel libro sodetto, apresso il nome di quello mercante o compagnia, e altrimenti non possi usare di dette marche...", sino ad arrivare al 1644 dove a Siena negli Statuti degli orafi è scritto "perché in ogni tempo si possino più facilmente riscontrare i lavori e da qual maestro saranno lavorati (...) dovranno portare, e dare al notaro degli offiziali, un quadro piccolo, di rame con il (loro) nome e marco" il quale una volta depositato non poteva essere più cambiato, appropriarsene impunemente, usarlo senza diritto, adottarne e usarne di simili.

Tale condizione di plagio presuppone sanzioni come quella di una multa, la confisca, con possibile distruzione dei prodotti contraddistinti dal marchio contraffatto, fino al bando perenne e temporale dalla professione dell’arte, ecc.

Se queste due prime categorie riguardano marchi corporativi (collettivi o individuali),

3. l’ultimo tipo riguarda marchi commerciali o di concorrenza, marchi ancora individuali, ma liberi, non richiesti e non registrati dall’arte. Ne sono un esempio noto i marchi di librai ed editori nati nel XVI secolo. Questi, infatti, hanno funzione di rappresentare un’industria d’invenzione ed di applicazione di una tecnica nuova (stampa a caratteri mobili) realizzando i presupposti fondamentali dell’economia di mercato e di concorrenza (produzione in serie, ed interscambiabilità tra i diversi esemplari nell’ambito della medesima edizione).

Con la rivoluzione industriale viene meno l’influenza della corporazione e la sua garanzia; si sostituisce la "garanzia del tornaconto", l’interesse dei produttori incoraggiati alla qualità della produzione dalla reciproca concorrenza che diventa quindi la "miglior difesa del consumatore".

Il mercato come "relazione spaziale" viene sostituito da quel mercato inteso da De Ruggero come "insieme di relazioni fra persone che desiderano scambiare a condizioni determinate" e, come continua Franceschelli, "alla fine, personale, accurata produzione artigiana, il preciso, uguale, meccanico lavoro delle macchine, sempre più grandi, sempre più potenti, sempre più perfette, che fanno di ogni prodotto un esemplare identico a qualunque altro da esse prodotte; al maestro artigiano o al mercante si sostituisce l’imprenditore, che assume su di sé il rischio di fare andare quelle macchine, di ricercare i mercati per i suoi prodotti, di pagare ai dipendenti salari prefissati.

Con la "fabbrica" e la grande industria manifattrice, si estende a numerosi altri campi quel fenomeno delle produzione in serie che l’invenzione della stampa aveva, da circa tre secoli, reso possibile nel campo dei libri, ma che non si era per altro propagato finora fuori di quel campo particolare.

E se la grande industria vuol dire produzione in serie, produzione di massa, lavorazione continua, tali caratteri si rinvengono già rispettivamente nelle tessiture e filature e nelle officine metallurgiche di questo periodo. Nell’uniformità che necessariamente deriva ai prodotti realizzai in serie, nuovo rilievo vien dato ai mezzi di differenziazione e di penetrazione nel mercato e cioè ai marchi (commerciali o di concorrenza), e alla réclame".

Bisogna arrivare al 1803 per trovare una vera e propria legislazione per la tutela del marchio. Inerente "aux manufactures, fabriques et ateliers", che stabilisce che la contraffazione des marques particulières che ogni fabbricante o artigiano a le droit d’appliquer sur les objets de sa fabrications darà luogo a diverse sanzioni.

In Italia la prima legge è la n° 4577 del 30 agosto 1868 in vigore fino al 1942.

Chiunque poteva, secondo questa legge, essere titolare di un Marchio per "distinguere i prodotti della sua industria, le mercanzie del suo commercio, e gli animali di una razza a lui appartenente". Il primo articolo concede al titolare di questo Marchio il suo "uso esclusivo" a condizione che "il marchio o segno distintivo sia (deve essere) diverso da quelli già legalmente usati da altri" e "deve indicare il luogo d’origine, la fabbrica ed il commercio, in modo che consti il nome della persona, la ditta della Società e la denominazione dello stabilimento, da cui provengono i prodotti e mercanzie; trattandosi di animali e di piccoli oggetti, sarà proposta ed approvata una sigla speciale, o un segno equivalente.

La firma, di carattere del produttore, commerciante o proprietario, incisa sui prodotti, o riprodotta mediante suggello o qualunque altro mezzo durevole, ovvero anche scritta a mano, può costituire un marchio o segno distintivo".

Questa legge delineava in 14 articoli i principi fondamentali di un sistema che certo rispondeva ad esigenze internazionali dato che con questa poté aderire con altri 10 paesi alla Convenzione di Unione di Parigi per la protezione della proprietà industriale del 1883 per cui i diversi stati sottoscrittori formarono una Unione pour la protection de la propriété industrielle.

A questa seguirono revisioni più o meno radicali: la prima a Bruxelles il 14 dicembre 1900; seguirono a Washington il 2 giugno 1911, all’Aja il 6 novembre 1925, a Londra il 2 giugno 1934, a Lisbona il 31 ottobre 1958, a Stocolma il 14 luglio 1967; da una speciale Convenzione nacque l’OMPI (Organizzazione Mondiale per la Proprietà Industriale, in inglese WIPO, Word Intellectual Property Organization, in Francia BIRPI, Organisation Mondiale de la Propriété Industrielle).

Il Clan scozzese, articolazione tra emblema, stemma e Tartan

Con la parola clan (dal gaelico clann, famiglia, discendenza) si indica un raggruppamento sociale di discendenza in linea maschile, che riunisce persone aventi lo stesso rapporto di parentela di sangue, composto da un ceppo principale e più rami collaterali, o di esagomia, regolati cioè da sistemi matrimoniali fra i diversi aderenti.

Il clan  viene ad identificarsi con un territorio ben preciso, territorio che il più delle volte corrisponde al paese d’origine dell’antenato al quale il clan stesso fa riferimento come propria origine eleggendo un suo "rappresentante" che avrà la funzione di "capo". Spesso l’origine del clan affonda le sue origini nel passato più remoto e riferisce delle gesta leggendarie che si tramandano come archetipali nella storia e "nobiltà" del clan stesso. Le terre che sono state il palcoscenico di queste gesta sono raggruppate e concentrate nella regione chiamata Highland, gli altipiani scozzesi originalmente abitati dai celti ora dagli Haighlander.

Ogni clan possiede un proprio sistema di riconoscimento, codificato e articolato su più elementi, composto dal un tartan, uno stemma, un emblema.

Il tartan è un particolare disegno (volgarmente da noi chiamato "scozzese") che viene utilizzato e riprodotto su tessuti generalmente di lana. Questo disegno è il risultato di un pattern ripetuto con una frequenza ed un ritmo grafico stabilito, un"modulo" cromatico/geometrico, chiamato sett deciso secondo tradizione e dall’osservazione dei dipinti raffiguranti l’antenato; Diodoro Siculo già nel I° secolo a.C. descrivendo i costumi celtici (progenitori certamente dei nostri), attesta che "i loro mantelli... erano a linee o quadri colorati accostati tra loro".

Il tartan così composto veniva stabilito dal "capo del clan" e doveva essere approvato dalla Lyon Court mentre la descrizione del sett che lo compone veniva depositato e protetto presso un Registro pubblico di tutti gli stemmi e le insegne; questo diventa il tartan ufficiale e per così dire istituzionale del clan.

Oggigiorno il tartan viene utilizzato per confezionare il famoso kilt, il gonnellino utilizzato, oltre che da semplici civili, soprattutto come divisa militare nei reggimenti scozzesi o dai suonatori di cornamusa. Anticamente, invece, questo tartan era utilizzato per tessere il plaid (féileadh-mór) o "grande scialle", ampio taglio di stoffa (lungo tra i quattro metri e mezzo e i cinque e largo quasi due metri) portato sulle spalle e stretto alla vita da una cintura: la parte inferiore chiamata "piccolo scialle" (féileadh-beag) portato cascante fino al ginocchio era usato come una gonna il che diede luogo al più famoso kilt.

L’uso del tartan, subì un grave ostacolo a metà del ‘700 a seguito della sconfitta del principe Carlo Edoardo Stuard, sconfitta quale seguì l’interdizione dell’uso del tartan con la finalità di colpire lo spirito di aggregazione del clan e la sua obbedienza alla casa degli Stuard. La rivolta giacobita, attraverso l’opera di letterati e pittori, ristabilì l’antica usanza dopo un intervallo di trentasei anni che, seppur breve, riuscì a far dimenticare le antiche tradizioni artigianali della composizione dei colori per la tintura dei filati.

I successivi elementi caratteristici di quel sistema di riconoscimento al quale facevo riferimento all’inizio del paragrafo sono le "insegne del capo" del clan: costituite propriamente da un "arma" araldica, una bandiera, una bandiera da cornamusa, uno stendardo ed uno stemma da fibula.

L’arma araldica segue tutte le norme della scienza rispettiva, composto dallo "scudo", dall’"elmo" ed il "cimiero", dal "manto", dai "supporti" e dal "motto" (cfr cap. "Emblemi ed Insegne rinascimentali"); la bandiera raffigura i colori dell’arma; la bandiera da cornamusa spesso rappresentava tutta l’arma araldica; nello stendardo gli elementi essenziali della medesima iconografia ma in un ordine differente mentre la fibbia solitamente in metallo, raffigura l’icona del cimiero, iscritto in una cintura sormontata da una corona e crestata con piume (cfr. il paragrafo dedicato alla "corona" inserito nel capitolo "L’araldica"); alcuni di questi segni vengono concessi, con le dovute modifiche e soppressioni degli elementi propri della dignità di "capo", anche ai membri del clan.

Altro elemento caratteristico della riconoscibilità del clan è il "ramo" (un ramoscello) di una pianta, con valore certamente simbolico, il quale veniva apposto sul berretto o fissato su una lancia cerimoniale: così i Bruce scelgono il "rosmarino", i Gordon l’"edera", gli Hay il "vischio", i Kennedy e gli Stewart la "quercia", i MacGregor il "pino scozzese", i Robertson la "felce", gli Scott il "mirtillo" ecc.

 

 

Mimesis 2011